Deviando da lungadige San Giorgio verso via Fontanelle Santo Stefano, prima di via Madonna del Terraglio, a destra, sale leggermente via San Carlo, percorso cieco che termina con un vicolo omonimo.



Un’arteria minore con acciottolato e “lasagna”, immersa in una particolare atmosfera d’inaspettato silenzio, che non s’è fatta coinvolgere nel flusso chiassoso di vicine mete turistiche classiche (Teatro Romano, Ponte Pietra, chiesa di Santo Stefano ecc.), nella piena armonia tra passato e presente, con architetture originali ben restaurate e dall’attenta conservazione.
È piacevole passeggiare senza fretta in quel tragitto tra secoli che incombono (e non soccombono) e dove (miracolo!) i graffitari non hanno ancora infierito con disegnacci vandalici.
Nella via dal rispetto civico mai perduto hanno sede importanti organismi connessi alla memoria stessa di Verona, come l’Istituto “Don Nicola Mazza” (con scuola media, licei classico e scientifico, collegio universitario, pia società, fondazione, missioni, casa editrice, museo della seta) intitolato al presbitero ed educatore che ne strutturò l’opera primaria educativa.





Don Mazza (Verona, 10 marzo 1790 – Verona, 2 agosto 1865), già Servo di Dio, è stato dichiarato Venerabile da Papa Francesco il 3 giugno 2013, riconoscendone le virtù eroiche.






Il suo corpo è conservato nella chiesa di San Carlo Borromeo (che fa parte dell’istituto), dove viene custodito, tra l’altro, il dipinto “San Carlo Borromeo comunica gli appestati” (censito anche nel Catalogo generale dei beni culturali del ministero della Cultura), opera del 1616 (l’ultimo anno è incerto) di Pietro Bernardi (Verona, 1580 ca – Verona, 1623).
Curiosando in uno spazio esterno della chiesa attraverso una recinzione in ferro, si scorgono materiali vari (mattoni accatastati, parti in metallo e legno ammonticchiati alla rinfusa, impalcature insicure ormai invase da piante rampicanti ecc.) in disuso da tempo. Forse di lavori che dovevano iniziare od iniziati ma, ora, fermi, con sgradevole vista d’incuria.





Nello stesso lato sinistro (provenendo dalla piazzetta iniziale tra le vie Fontanelle Santo Stefano e Madonna del Terraglio), poco più avanti rispetto all’Istituto “Don Nicola Mazza”, ha sede l’Istituto di cultura italo-tedesca (dell’orbita internazionale del Goethe Institut) che organizza da anni corsi a vari livelli di lingua tedesca.


Ma è tornando nella piazzetta citata che l’idilliaco quadro d’insieme di via San Carlo riceve, se non proprio una sberla, almeno un buffetto di riprovazione. Sulla facciata del civico 4 è presente una lapide di fine XIX secolo, dalla scritta ormai deteriorata e dalla difficile lettura stando in basso, che commemora un evento minore, ma inquadrato in un drammatico contesto storico, di 89 anni prima della collocazione.



L’epigrafe ricorda:
GIO. ANDREA AVOGADRO. PATRIZIO VENETO VESCOVO DI VERONA LA NOTTE DEL 7 MAGGIO 1797 PER SOSPETTI POLITICI TRATTO PRIGIONIERO IN CASTEL S. FELICE DAL CONSIGLIO DI GUERRA FRANCESE SI RIPOSÒ PER POCO SEDUTO SUGLI ESTERNI GRADINI DI QUESTA CASA. A DURATURA MEMORIA IL PRONIPOTE JACOPO AVOGADRO SAC. NELL’ANNO 1886 POSE”.

Il riferimento è al gesuita Giovanni Andrea Avogadro (Venezia, 2 novembre 1735 – Padova, 28 gennaio 1815), vescovo di Verona dal 1790 al 1805.
Nella città occupata dalle truppe napoleoniche il 1° giugno 1796 senza alcuna reazione da parte della Repubblica di Venezia, si scatenò la rivolta popolare contro i soprusi francesi. Furono le Pasque Veronesi del 17 aprile 1797 (lunedì dell’Angelo). Il vescovo Avogadro si mostrò indifferente al nuovo spirito illuminista e leale alla Serenissima. La sua predica nel giorno di Pasqua, in cui menzionò il “giusto Giacobbe”, venne considerata dai giacobini come dannazione e biasimo e, a sollevazione definitivamente repressa il 25 aprile successivo, fu incluso nell’elenco dei 16 cittadini più importanti da trattenere in ostaggio.
La fatidica notte del 7 maggio 1797 il vescovo venne imprigionato nella fortificazione di Castel San Felice dove rimase, angariato, per tredici giorni, fino alla liberazione. Riuscì a scampare (per un solo voto) alle condanne a morte nel processo contro i vertici della sommossa.
Chiesto in seguito al Papa di rinunciare al vescovado, Pio VII, il 17 agosto 1805, accettò, consentendo ad Avogadro di ritornare tra i gesuiti. Ritiratosi infine presso nipoti a Padova, vi morì. Riposa nella cripta della basilica cattedrale di Santa Maria Assunta, il Duomo, sede vescovile della diocesi patavina.
Per rispetto a trascorsi di rilievo, il marmo con iscrizione in via San Carlo avrebbe bisogno d’un restauro, soprattutto per agevolarne la vista. Utile alla valorizzazione sarebbe pure una tabella che informi sui fatti.
Servizio e foto di
Claudio Beccalossi


