A parte i turisti di qualsiasi provenienza, più meticolosi nell’“esplorare” la città dopo essersi informati ed aver pianificato puntatine anche in obiettivi considerati minori o secondari, l’occhio abituato o distratto che percorre via Leoncino (dall’Arena a via Leoni o viceversa) forse non sa di trovarsi in un’arteria dalle tante memorie, tra storia, cronaca e… diplomazia.
Diplomazia perché, al civico 16, ha sede il Vice Consolato Onorario di Spagna (retto dal vice console onorario Stefano Dindo, competente per le province di Verona, Vicenza, Mantova e Brescia), mentre, al numero 30, si trova il Consolato Generale Onorario d’Ungheria (guidato dal console generale onorario Lajos Pintér, con pertinenza sulle province di Verona, Vicenza, Padova e Mantova).

All’indirizzo 26 di via Leoncino (toponimo diminutivo di via Leoni, dove nel 1708 era aperta un’osteria con l’insegna “Leoncin d’Oro”) sorge il palazzo nobiliare Vanzetti, struttura secentesca dal gran portale bugnato e dalla testa di Medusa in serraglia. Su committenza della Famiglia Vanzetti Baroni di Padova, il Restauro Opere d’Arte di Daniela Campagnola ha riportato al decoro d’un tempo gli affreschi parietali ed il soffitto decorato del Salone d’Onore.


Al 19 dell’arteria si trova Casa Sambonifacio, un massiccio edificio cinquecentesco un tempo appartenuto ai Malfer. Gravemente lesionato dai bombardamenti alleati su Verona della Seconda guerra mondiale (soprattutto da quello in quattro ondate effettuato dall’Usaaf, United States Army Air Force, del 4 gennaio 1945 che colpì anche il centro cittadino tra cui, appunto, via Leoncino), trovò rifacimento nel 1947 conservando elementi della struttura originaria.


In alcuni locali interni sono sopravvissute parti delle decorazioni cinquecentesche di Paolo Farinati (o Farinato, Verona, 1524 – Verona, 1606, pittore, incisore e forse anche scultore ed architetto, figlio del pittore Giovanni Battista di Cristoforo e di Lucia Bonato, operativo non solo nella città scaligera ma, pure, a Mantova ed a Venezia). Sulla facciata esterna a destra, rispetto all’entrata, appare un’iscrizione latina, probabilmente parziale, dall’ostica interpretazione: “PETRE CUSTODI / DNO PLEBE TVA”.

Proseguendo l’itinerario, al numero 20 si presenta la signorile palazzina Remondino, dal fronte riattato dopo lo sfacelo bellico che imperversò sulla zona. Il portale rifà quello originale del tardo Quattrocento, con paraste (apporti architettonici strutturali verticali, pilastri, contenuti in una parete da cui sporgono parzialmente) decorate a festoni di frutta.

Interessante, sotto il profilo architettonico-stilistico, è la residenza ex Albertini ed oggi Giusti del Giardino al civico 16 (all’angolo con via San Cosimo), già menzionato per la presenza del Vice Consolato di Spagna. Il complesso è composto da due corpi di fabbrica divisi da un terreno un tempo pubblico e che costituiva la spartizione tra le contrade di San Fermo Maggiore e di San Pietro Incarnario.

Stemma marmoreo su una parete esterna in alto e putti settecenteschi incombono da una loggetta sulla via e non meno gradevoli sono i due medaglioni collocati ai lati del portale d’accesso che ritraggono Dante Alighieri e Francesco Petrarca.



Al numero 13, il palazzo Serego Alighieri dalle impronte barocco-neoclassiche, oggi proprietà Zenatelli, è il risultato delle varie modifiche operate nel tempo dagli Alighieri (discendenti del Sommo Poeta) e dai Serego Alighieri su due strutture primarie, prima della radicale ristrutturazione commissionata nel 1792 dal conte Pandolfo Serego Alighieri all’architetto Luigi Trezza (Verona, 28 gennaio 1752 – Verona, 24 dicembre 1823).

Il portale è dotato di colonne ioniche a bozze rustiche a ridosso dell’arco d’ingresso, sormontato dal balcone con un’alta porta finestra. L’imponente atrio conserva due statue di esponenti della dinastia Serego Alighieri attribuibili allo scultore Francesco Zoppi (Verona, 1733 – 1799). Un’ampia nicchia al primo pianerottolo ospita una scultura di Dante (sempre riconducibile a Zoppi). Scalone e vestibolo, maestosi, conducono al piano nobile. All’esterno, in alto, domina il barocco trofeo di bandiere con insegna araldica tra bassorilievi con scene di vita familiare, anche questi assegnati a Zoppi.


Un pregevole e ben conservato esempio di neo gotico veneziano è il palazzo Perez Tedeschi, in via Leoncino 11 (allo spigolo con via Giovanni Battista Malenza), risalente al XIX secolo. Sul frontale una lapide ricorda: “In questa casa nacque il 5 settembre 1875 Renato Simoni illuminato maestro di teatro commediografo critico regista di sommo valore esempio di fedeltà operosa alla scena nelle battaglie e nelle vittorie dell’arte sempre memore della sua adorata Verona felice di ritrovare nelle bellezze della città le dolci sembianze materne nel murmure dell’Adige la trepida voce della sua terra”.





Renato Simoni (Verona, 5 settembre 1875 – Milano, 5 luglio 1952, che si firmava anche con gli pseudonimi Turno e Il nobiluomo Vidal) fu giornalista, commediografo, poeta, critico teatrale, librettista, regista e sceneggiatore, autore, con Giuseppe Adami, del libretto della celeberrima opera “Turandot”, incompiuta del compositore Giacomo Puccini. Assieme al pittore Angelo Dall’Oca Bianca (Verona, 31 marzo 1858 – Verona, 18 maggio 1942) ed al giornalista e poeta dialettale Berto Barbarani (Tiberio Umberto, Verona, 3 dicembre 1872 – Verona, 27 gennaio 1945) formò una famosa triade artistica. Simoni riposa nel Famedio del Cimitero monumentale di Milano.

Altre due figure illustri, famose in ambiti diversi, vengono commemorate in rispettive lastre marmoree sulla facciata del civico 14, stabile parzialmente rifatto dalla rovina bellica. La prima rammenta che “In questa casa visse dal 1950 al 1955 Maria Callas grande tragica greco-americana per origine ma nata in Verona all’arte somma della scena e del canto. Il Comune di Verona pose il 16 settembre 2007”. La targa venne messa al trentennale della scomparsa del soprano, appunto, Maria Callas (pseudonimo di Maria Anna Cecilia Sofia Kalos, New York, 2 dicembre 1923 – Parigi, 16 settembre 1977, statunitense d’origine greca, naturalizzata italiana e successivamente greca).



Più che viverci, vi tornava, nelle pause dalle sue molte tournée, con Giovanni Battista Meneghini (Ronco all’Adige, Verona, 23 ottobre 1895 – Desenzano del Garda, Brescia, 21 gennaio 1981, imprenditore, detto “il re del laterizio”), suo marito dal 1949 fino alla separazione, dieci anni dopo. Fino a quando, cioè, la cantante lirica conobbe e s’innamorò dell’armatore greco Aristotele Onassis. Meneghini (che, per stranezze del fato, divenne erede di Callas) è inumato nel cimitero di Colombare di Sirmione (Brescia), tra le tombe di Emma Roverselli (1910 – 2005), governante a cui lasciò il suo patrimonio e del marito di quest’ultima, Ferruccio Brutti (1908 – 1992).

Sulla destra dell’esterno del palazzo, poi, è apposta una seconda targa rievocativa con effigie in bronzo (con dati di nascita e morte in semicirconferenza a lato) dedicata a Romano Guardini (Verona, 17 febbraio 1885 – Monaco di Baviera, 1° ottobre 1968, presbitero, teologo e scrittore cattolico naturalizzato tedesco): “Qui …nelle vicinanze di quella Arena il cui possente ovale ci ricorda… una lunga continuità storica… il 17 febbraio 1885 nacque Romano Guardini. Pose il Comune di Verona, 17 Febbraio 2009”.



Anche se si trasferì al seguito della famiglia, per il lavoro del padre commerciante, a Mainz già nel 1886 acquisendo poi una preparazione preminentemente tedesca, non abbandonò la radice culturale italiana mantenuta e trasmessa specialmente dalla madre. Dal 1997 la tomba di Guardini è nella chiesa di St. Ludwig dell’Università di Monaco di Baviera, punto delle sue prediche domenicali dal 1948 al 1963.
Il prospetto primario dell’immobile al numero 12, risultato del progetto di metà XIX secolo dell’ingegner Gerolamo Caliari, attira soprattutto per le ringhiere decorate.

Il palazzo nobiliare Dionisi, al civico 9, è stato realizzato secondo canoni del neoclassicismo e del rococò, con edificazione nel XVI secolo ed ammodernamenti nel XIX. Nel 1844, infatti, lo stabile venne modificato, incidendo particolarmente nella competenza lapidea. Le peculiarità sono l’ampio atrio, il medaglione in omaggio a Giovanni Jacopo Dionisi (noto anche come Gian Jacopo o Gian Giacomo dei marchesi Dionisi, Verona, 22 luglio 1724 – Verona, 14 aprile 1808, canonico, letterato, critico letterario e dantista), lo scalone che sale al piano nobile dalle stanze decorate a stucchi neoclassici, la chiave del portale sulla via con lo stemma di famiglia e la balconata soprastante.


Il “viaggio” a… ritroso nel tempo continua…
Al numero 10 s’eleva il fine palazzetto De Stefani, realizzazione della seconda metà del XIX secolo dagli elementi di richiamo barocco e neoclassico. Il suo progetto si deve a Francesco Bazerla mentre le decorazioni sono dello scultore Salesio Pegrassi (Verona, 12 novembre 1812 – Verona, 6 dicembre 1879). Nel cortile interno ci sono resti delle mura difensive ampliate per volere di Gallieno (Publio Licinio Egnazio Gallieno, 218 – 268, imperatore romano dal 253 alla sua uccisione a tradimento in una congiura).



La benemerita Accademia di Agricoltura, Scienze e Lettere ha trovato prestigiosa ubicazione in palazzo Erbisti, in via Leoncino 6. Con l’inaugurazione del 2 ottobre 1955 che diede il via ad una serie di lavori di restauro di affreschi, pavimenti, stucchi, furono riconsegnate alla città le suggestioni d’un ambiente dalla valenza particolare. S’ipotizza che sul luogo, in epoca medioevale, s’innalzasse una casa-torre a vari piani di cui restano poche tracce in tufo nelle finestre ad arco romanico.




Modificata nel tempo, la struttura venne riconcepita attorno alla metà del XVIII secolo per iniziativa dei proprietari subentrati, i fratelli Giovanni Battista e Giuseppe Salvi. Dell’assetto precedente si salvò la facciata interna di tendenza rinascimentale. I Salvi commissionarono all’architetto Adriano Cristofoli (o Cristofali, Verona, 25 marzo 1718 – Verona, 28 gennaio 1788, anche ingegnere idraulico) il rifacimento della facciata su via Leoncino, inserendo quattro piani con finestroni.
Nel 1812 il palazzo venne venduto alla famiglia Erbisti che volle ampliarne le competenze, acquisendo i casini Fortis e Sagramoso ai lati ed incaricando l’architetto Francesco Ronzani (Verona, 14 febbraio 1802 – Verona, 2 settembre 1869) d’armonizzare il corpo centrale con i nuovi inserimenti. Fu poi completato con stucchi neoclassici e con abbellimenti su pareti e vele dei soffitti. Notevole è il soffitto del salone centrale dipinto da Giorgio Anselmi (Badia Calavena, Verona, 5 aprile 1723 – Lendinara, Rovigo, 30 marzo 1797).
Nel corso del Congresso dei Grandi (o della Santa Alleanza), tenutosi a Verona dal 9 al 14 ottobre 1822, tra le maggiori teste coronate europee che vi parteciparono (per discutere soprattutto la Restaurazione dopo l’epopea rivoluzionaria napoleonica), palazzo Erbisti ospitò (unico in città gratuitamente) l’imperatore d’Austria Francesco I.
Annessa al palazzo, al civico 4, è presente una costruzione senza pretese (chiamata casino Salvi-Erbisti) sul cui prospetto il pittore Michelangelo Aliprandi (1527 c. – 1595 c.) eseguì delle scene sacre in affresco (“Adamo ed Eva”, “Annunciazione”, “Resurrezione di Cristo”).
Pressoché di fronte a palazzo Erbisti si staglia, al numero 5, casa Pindemonte, appartenente al tardo rinascimento (XVI secolo) e proprietà dei Pindemonte dagli inizi del XVII secolo. Nel 1783 passò agli Ongania e, poi, ai Bentegodi. Nel corso dei secoli la prospettiva edilizia ha mantenuto le sue forme, a parte il posizionamento sopra il portale d’accesso, nel 1783, del balcone finemente lavorato nel quale s’evidenzia lo stemma degli Ongania.


La facciata offre pregevoli affreschi esterni alquanto stinti (monocromi di Battista d’Angolo detto del Moro, dal Moro, Moro, Verona, 1514 c. – Venezia ?, 1573 c., realizzati probabilmente prima del suo trasferimento a Venezia nel 1556).



Nello stabile ha oggi ubicazione l’Italian Diplomatic Academy (IDA, Accademia italiana per la formazione e gli alti studi internazionali). A destra del portone d’ingresso si legge un’ennesima lastra evocativa: “In questa casa nacque, visse e morì Marcantonio Bentegodi (Verona, 1818 – 1873) munifico benefattore e promotore dell’istruzione e dello sport a Verona. Il Comune di Verona e la Fondazione Bentegodi riconoscenti posero nel 150° anniversario della morte – 2023”.
Bentegodi (Verona, 25 aprile 1818 – Verona, 9 agosto 1873), con l’appoggio di altri insigni concittadini (tra cui il poeta, politico e patriota Aleardo Aleardi) fondò nel 1868 la “Società Veronese di Ginnastica e Scherma”, considerate “nobili arti”, che racchiuse il precedente nucleo sportivo, la “Società dei vecchi schermitori veronesi”, esistente perlomeno dal 1862. Nella ginnastica, all’epoca, trovarono posto attività motorie come l’atletica, il pugilato, la lotta, il sollevamento pesi ed altre.
Secondo disposizione testamentaria, Bentegodi assegnò al Comune di Verona la quarta parte del suo consistente patrimonio formato da fabbricati, terreni, titoli e denaro “per non dimenticare l’educazione fisica della gioventù veronese”.
Il succo più gustoso di via Leoncino sono le magioni nobiliari qui sinteticamente descritte. Ma altri stimoli stuzzicanti provengono da scorci apparentemente meno appetibili, riassestati se non ricostruiti dalla Delenda Carthago alleata che s’abbatté su Verona.

Senza dimenticare un’ulteriore, passata, emerita presenza al civico 30 che ben pochi rammentano. Quella di Gastone De Boni (Padova, 22 gennaio 1908 – 23 settembre 1986), medico e parapsicologo, amico dal 1928 e collaboratore di Ernesto Bozzano (Genova, 9 gennaio 1862 – Genova, 24 giugno 1943), noto ricercatore dei fenomeni metapsichici, da cui ereditò una cospicua biblioteca del settore (oltre tremila volumi, alcuni dei quali rarissimi) e le sue documentazioni personali. Andò ad ingrossare la sua personale biblioteca di oltre diecimila libri sul paranormale e sulla ricerca psichica, considerata la più consistente al mondo, oggi custodita ed aperta alla consultazione pubblica presso la Fondazione Biblioteca Bozzano-De Boni (costituitasi il 27 novembre 1995), a Bologna.
De Boni diresse da gennaio 1947 in poi la rivista “Luce e Ombra” e fu autore di articoli e libri sugli specifici argomenti. Incontrò i più grandi sensitivi dell’epoca, sottoponendoli ad esperimenti diretti. Divenne membro di prestigiose associazioni di ricerca parapsicologica, dalla “Society for Psychical Research” all’“American Parapsychological Association”. Alla sua morte, l’enorme lascito pratico e culturale e gli oneri di direttore di “Luce e Ombra” e di curatore della consistente biblioteca, passarono a Silvio Ravaldini (1925 – 2015).
Dunque. Via Leoncino in sunto? Superbo passato in uno stupito presente…
Servizio e foto di
Claudio Beccalossi
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