Ci ha messo sette anni, ma alla fine è tornato. Lì dove aveva perso tutto, tappa, maglia e Giro, ha trovato la sua rivincita. Sul Colle delle Finestre, che nel 2018 fu teatro della sua disfatta sotto i colpi di un Froome scatenato, Yates è risorto. Non con un attacco epico, ma con il passo dell’uomo che ha imparato. Ha atteso, ha sofferto, ha pianificato. E ha vinto.
Nel 2018 dominava il Giro d’Italia. Tre tappe vinte, maglia rosa sulle spalle da giorni, gambe leggere, futuro luminoso. Poi quel giorno maledetto e quella salita sterrata delle Finestre, e la luce che si spegne. Chris attacca da lontano, Simon si pianta. Una disfatta brutale, pubblica. Di quelle che segnano.
Sette anni dopo, con qualche capello bianco in più, il britannico si prende tutto. Il Giro 2025 è suo. Lo vince da corridore maturo, da uomo di classifica, senza sbavature. Non ha mai esagerato, e proprio per questo è stato impeccabile.
C’è qualcosa di profondamente umano in questa vittoria. L’inglese non ha mai avuto la narrazione romantica di un Pantani, né l’aurea invincibile di un Pogacar. È sempre stato un uomo vero, capace di alti vertici (Vuelta 2018 e terzo al Giro 2021) e rovinose cadute. Eppure non ha mollato. Non ha cercato scorciatoie. Ha aspettato. E il ciclismo, sport della fatica e della memoria lunga, alla fine gli ha restituito tutto.
Mentre il mondo guarda i prodigi dei giovani, gli Ayuso, i Del Toro, i Martinez, e aspetta il ritorno del solito Pogi, Simon Yates ci ricorda che esistono ancora le storie di redenzione, le vittorie lente, costruite metro dopo metro, giorno dopo giorno. Oggi non possiamo che essere un po’ tutti con lui.
La storia gli ha dato ragione, quella storia che veramente “non si ferma davvero davanti a un portone, la storia entra dentro le stanze, le brucia, la storia dà torto e dà ragione” (cfr. De Gregori).
di Matteo Peretti

