Si è spento il 3 novembre, a 84 anni, Richard Bruce “Dick” Cheney: ex vicepresidente degli Stati Uniti, figura centrale, e controversa, della politica americana tra XX e XXI secolo. Architetto della guerra in Iraq, simbolo del potere “dietro le quinte”, Cheney è stato, per molti, l’uomo che ha ridefinito i limiti dell’autorità presidenziale.
Nato nel 1941 nel Nebraska e cresciuto nel Wyoming, Cheney servì sotto cinque presidenti, da Nixon a George W. Bush. Come Segretario alla Difesa durante la prima guerra del Golfo e, poi, come vicepresidente dal 2001 al 2009, esercitò un’influenza senza precedenti all’interno di quelle amministrazioni, tanto da meritare un esclusivo ritratto nel film Vice (2018), pellicola nella quale Christian Bale ne restituì magistralmente la freddezza calcolatrice e la complessità umana.
A distanza di anni dal suo ritiro dalla vita pubblica, il suo nome resta ancora divisivo: per alcuni fu l’uomo che difese l’America nel momento più buio, dopo l’11 settembre 2001; per altri fu il simbolo di un potere senza controllo, pronto a piegare la democrazia alla sicurezza e al controllo delle masse. Eppure, nel mondo instabile di oggi, tra conflitti, spionaggio digitale e nuove guerre, l’eredità di Cheney torna a interrogarci: quanto può la sicurezza giustificare tutto?
Forse, più di ogni altra cosa, la sua vita ricorda che il potere, quando non trova un limite, finisce per diventare circoscritto a sé stesso, cioè, macchiavellicamente, il fine non giustificherebbe i mezzi.
di Matteo Peretti

