Gli operatori non si attendevano nulla di particolare dal meeting dell’8 marzo dell’Istituto Centrale di Francoforte. Le premesse, poi, non lasciavano spazio a niente di diverso. L’andamentodell’inflazione europea di febbraio si era confermato, infatti, ben lontano dal target della BCE del 2% e, cioè,all’1,2% (in calo dall’1,3% di gennaio), e nessun nuovo indicatore aveva dato segnali significativi di possibili accelerazioni della crescita economica. Le aspettative per questa riunione, di conseguenza, erano per un nulla di fatto, e così è stato (o quasi). Unica sostanziale innovazione rispetto ai precedenti incontri,novità emersa dal comunicato ufficiale, è stata l’eliminazione del riferimento alla possibilità di aumentare l’importo degli acquisti mensili di titoli pubblici e assimilati in caso di necessità, bond che la BCE oggi acquista al ritmo di trenta miliardi al mese. In parole povere, appare sempre più certa la fine del Quantitative Easing nel 2018. Per altre modifiche più significative alla “forward guidance” della Banca Centrale (cfr. ns pezzo del 30 gennaio), tutto è, però, rinviato alle riunioni di aprile o giugno.
Le previsioni sulla crescita economica europea sono state riviste al rialzo per il 2018 (a +2,4% dal +2,3%)e confermate per il 2019 (al +1,9%). L’inflazione resta invece debole al +1,4% per il 2018 e al +1,4% per il 2019 (in calo dal +1,5%). Nella conferenza stampa del presidente della BCE, Draghi ha ribadito, anche a seguito dei dati presentati sullacrescita dei prezzi, e per tranquillizzare i mercati, la necessità di proseguire con stimoli monetari per aumentare la crescita dei prezzi. Infine non è mancato un accenno alle nuove misure protezionistiche provenienti dagli Stati Uniti. L’imposizione di dazi unilaterali, ha continuato il governatore, potrebbe rappresentare un rischio per la crescita della zona euro.
Il cambio eur/usd ha subito interpretato come un elemento di forza la sopracitata modifica al comunicato, sfondando quota 1,24, per poi tornare a 1,23 a seguito delle rassicurazioni di Draghi. Ilvalore è comunque superiore al livello di 1,21, rapporto raggiuntonelle scorse settimane a seguito delle affermazioni “schiette”rilasciate dal presidente della FED al Senato americano. Powell aveva, infatti, dichiarato che la crescita economica statunitense si confermava robusta e ben impostata, e che l’inflazione era prossima a raggiungere gli obiettivi sperati. Secondo molti questo, tradotto nelle politiche monetarie della FED, può essere il preludio a un maggior numero di interventi di aumento dei tassi di interesse rispetto al preventivatoper il 2018 (quattro aumenti al posto di tre). La valuta americana aveva reagito di conseguenza, rinforzandosi.
Le borse post-BCEhanno proseguito un parziale recupero rispetto ai significativi cali di fine febbraio.
Matteo Peretti

