Molti operatori, dopo la pubblicazione dei verbali della riunione di dicembre della Banca Centrale Europea, avevano cominciato a considerare come possibile una modifica della politica monetaria in area euro rispetto agli annunci del 2017 (cfr ns scritti del 23 novembre, 7 e 23 dicembre). In molti avevano prezzato,infatti, come probabile una variazione(in aumento) dei tassi di interesse del vecchio continente già nel dicembre 2018 e, di conseguenza, l’euro aveva iniziato a recuperare posizioni nei confronti del dollaro. Molta attesa vi era, quindi, sulla prima riunione del 2018 dell’Istituto di Francoforte, ma, contrariamente a quanto temuto (o sperato), nessuna sostanziale novità è emersa dalla conferenza stampa del Presidente della BCE, Mario Draghi, del 25 gennaio scorso. Non è stata annunciata nessuna modifica alla cosiddetta “forward guidance”, cioè alla accurata strategia di annunci costruita peranticipare i movimenti futuri della Banca Centrale, ad esempio sui tassi di interesse, e fatta per condizionare il mercato prima dei veri e propri interventi della stessa. In particolare è stato confermato che il QE proseguirà sino a settembre 2018, ma anche oltre, se necessario. L’importo degli acquisti mensili degli strumenti finanziari, fissato a trenta miliardi per il periodo gennaio/settembre, rimarrà invariato, salvo incrementi in caso di necessità del sistema economico. Gli introiti derivanti dal rimborso dei titoli di proprietà dell’Eurotower che,via via, andranno in scadenza nei prossimi mesi, perché acquistati durante la prima fase del QE,saranno interamente reinvestiti in nuovi bond. Infine, aumenti dei tassi nel corso del 2018 rimangono, a oggi, decisamente improbabili.
A chi attendeva qualche parola in più del governatore sul super-euro di inizio 2018, Draghi ha replicato sostenendo che il recente calo del dollaro è una fonte di incertezza che sicuramente potrà influenzare l’andamento futuro dei prezzi e, di conseguenza, gli obiettivi della BCE sugli stessi. Non sono mancati i riferimenti critici al Segretario al Tesoro US, Mnuchin, peraltro mai nominato durante la conferenza stampa,che al World Economic Forumdi Davos (Svizzera)aveva auspicato un dollaro debole per favorire l’economia americana. Una valuta deprezzata, infatti, aiuta a rendere più convenienti le esportazioni, e, quindi, le vendite di merci di un paese all’estero. Il comportamento del ministro di Trump non è risultato gradito a Francoforte perché in contrasto con quanto concordato nello scorso autunno tra istituti centrali, stati e organismi internazionali per non manipolare i cambi e non effettuare svalutazioni competitive con il fine di aiutare le economie nazionali. Infine,Draghi si è mostrato ottimista sulla salute del vecchio continente. E’ bastato, però, un suo semplice riferimento alla eventualità che una crescita economica oltre alle attese possa aiutare e favorire una stabile ripresa dei prezzi a far schizzare il cambio eur/usd oltre 1,25.
Nonostante le rassicurazioni del governatore, in molti sono convinti che,già dalla riunione di giugno, una volta aggiornate le stime su crescita e inflazione, verrà modificata la già citata forwardguidance europea e si porranno, di fatto, le basi per un cambio della politica monetaria.
Il cambio euro/dollaro, dopo un mese di crescita pressoché costante,ha prima sfondato quota 1,24, a seguito delle già citate dichiarazioni di Mnuchin, e, proprio durante le comunicazioni di Draghi, superato quota 1,25 per poi stornare a 1,24/1,2380 anche a seguito delle affermazioni di Trump che hanno sconfessato il Segretario al Tesoro Usa.
Matteo Peretti

