Maggio è da sempre, per gli appassionati di ciclismo, il mese del Giro d’Italia, di quel rito laico su due ruote che riunisce la penisola in un unico serpentone di atleti e di popolo. Quest’anno, purtroppo, tutto questo non sarà possibile a causa di quel Covid-19, giornalisticamente detto Coronavirus, già più volte citato su questo giornale e dallo scrivente. La corsa rosa sarà recuperata, salvo cambiamenti, nel prossimo ottobre.
Come poter, allora, parlare di ciclismo con le ruote dei campioni ferme? Sono la nostalgia e il ricordo a rispondere. Quanti illustri vincitori e quante storie può vantare questa gara! Una merita una menzione particolare! Giusto trent’anni fa, era il 18 maggio 1990, prendeva il via da Bari l’edizione 73 che sarà ricordata come quella di Gianni Bugno.
Ciclista di classe immensa, maestro di stile, vinse quel Giro indossando la maglia da leader dalla prima all’ultima tappa. Indossò la “rosa”, un po’ a sorpresa, dopo la cronometro iniziale e davanti a un signor specialista come Thierry Marie. Il monzese puntava, forse con un eccesso di modestia, a conservare il primato il più possibile. A causa di avversari fuori forma, demotivati, sfortunati, o, semplicemente, più deboli, riuscì a difendere il suo primo posto prima sul Vesuvio, dagli attacchi dello scalatore spagnolo Chozas, e, poi, a confermarsi con le vittorie di Vallombrosa e sul Sacro Monte di Varese. Arriverà solo secondo, invece, sullo storico arrivo di tappa del Pordoi. Quella vittoria sarebbe stata l’apoteosi di tanta grazia, ma Gianni non forzò, e quel 2 giugno 1990 lasciò vincere Charlie Mottet, corridore francese, che sarà pure secondo nella generale. Quel gesto grida ancora, per i suoi più sfegatati fans, vendetta, ma Bugno era così, qualità ed eleganza straordinaria, ma anche tanta umiltà e altruismo.
Quel Giro sarà anche l’unica grande corsa a tappe vinta dall’iridato 1991 e 1992 che, a detta di tutti, avrebbe meritato di vincere molto di più, ma quella sua innata modestia, per alcuni velata pure da una certa malinconia e “paura di cadere”, non glielo ha permesso. E, poi, parliamoci onestamente: se avesse primeggiato di più…non sarebbe stato il Gianni che migliaia di appassionati hanno amato, piangendo di fronte ai suoi improvvisi black-out in gara, e gioendo, invece, per ogni sua improvvisa rinascita!
Giancarlo Perini, ciclista italiano degli anni 80-90, ribattezzato duca di Benidorm per il grande lavoro che fece nel 1992 nel mondiale vinto dal lombardo, ebbe modo di dire: “Se Bugno avesse avuto la grinta di Chiappucci, e se Chiappucci avesse avuto la classe di Bugno, sarebbero stati due fenomeni.” Probabilmente, aggiungiamo noi, il brianzolo sarebbe stato un secondo Merckx, ma non più, però, un Bugno.
“Non ho la tessera del partito dei pessimisti, sono un simpatizzante. Credo che a staccarsi da terra ci si faccia troppo male, ricadendo. Sono fatto così. Da me non sentirete mai grandi proclami. Posso piacere o non piacere, ma non posso recitare una parte che non sento mia”. Questo dichiarò nel 1991. Giusto così, Gianni, ma con quella tua eleganza nel far mulinare il lungo rapporto, e con la tua micidiale progressione, la vittoria sul Pordoi nel 1990, e una maglia gialla a Parigi …le avresti meritate!
Foto dal sito it.blastingnews.com
di Matteo Peretti

