Una terna di viuzze a senso unico in parallelo al corso dell’Adige e con tanta storia, tradizione, quel che era/c’era od è/c’è ancora. Dall’imbocco di via Dogana, tra stradone San Fermo e ponte Navi, al proseguimento in via Filippini prima e via Macello poi, fino all’affondo in via Pallone.
Un itinerario più rilassante e coinvolgente se pedestre, in questa porzione di Verona meno battuta dal turismo forsennato, che costringe però ad imbattersi, per forza di cose, anche in sgradevoli situazioni di vandalismo urbano, di pericolo all’incolumità, di riguardo zoppicante.
Via Dogana
Via Dogana ha attinenza con i trascorsi delle strutture dell’ex dogana veneta lì ubicate a suo tempo.
Dapprima la costruzione, nel 1746, della “dogana di terra” dietro la chiesa dei Santi Fermo e Rustico, meglio nota come San Fermo Maggiore, con progetto ed erezione, secondo canoni classicistici, da parte del conte Alessandro Pompei. Costituiva un punto di sdoganamento e controllo sanitario dei carichi che percorrevano l’Adige, con dazi d’entrata, d’uscita e di transito che erano la manna per San Marco (Verona appartenne alla Serenissima Repubblica dal 1405 al 1796, a parte i periodi del 1439 e tra il 1509 ed il 1517).
La “dogana d’acqua”, poi, venne realizzata nel 1792 ad opera degli architetti Vincenzo Garofolo e Leonardo Salimbeni, in epoca di dominazione veneziana ormai avviata alla decadenza e con commercio fluviale in declino.
Archiviate definitivamente le loro antiche funzioni daziarie, oggi le due dogane di via Dogana assolvono altri ruoli: la “dogana di terra” ospita la Soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza (con entrata principale in piazza San Fermo 3a) mentre la “dogana di fiume” (dal tetto ancora mancante per gli effetti di bombardamenti aerei della Seconda guerra mondiale, soprattutto, molto probabilmente, quelli compiuti dagli inglesi della RAF, Royal Air Force, il 23 febbraio 1945 e dagli americani dell’USAAF, United States Army Air Force, l’8 marzo 1945), oltre che essere sede ed attracco del Canoa Club Verona, ospita un Museo dell’Adige realizzato dai canoisti in collaborazione con l’Istituto Salesiano “Don Bosco”. Il museo ripercorre le vicende del fiume (compresa la storia della navigazione fluviale) e del particolare luogo, avvalendosi di reperti, fotografie d’archivio e d’una sezione riguardante gli atleti del Canoa Club impegnati nell’agonismo anche olimpionico ed a missioni esplorative.
La “dogana di fiume” ha assunto funzioni aggregative e d’intrattenimento tramite l’Associazione di Corte Dogana voluta dal Canoa Club. La suggestiva location a tu per tu con l’Adige, nel periodo estivo, propone eventi di cultura, arte, teatro, concerti, reading, presentazioni di libri, incontri con cantautori, musica jazz ecc.
Come al solito, nemmeno via Dogana viene risparmiata dagli imbrattatori di quel che capita loro a tiro (superfici murali, fontanella chiusa compresa).






Ma ciò che allarma sono le assi trasversali ai finestroni del Canoa Club che minacciano di cadere sulle auto in sosta e sui passanti sotto.
Qualcuno dovrebbe rimediare alla… spada di Damocle!


Via Filippini
Proseguendo con via Filippini (dal nome dei padri della Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri detti, appunto, Filippini) saltano agli occhi facciate pluricentenarie caratterizzate da varie tipologie di portoni d’ingresso e finestre ai piani superiori con archi e cornici in marmo decorato. Un bel colpo d’occhio per chi cerca l’architettura antica ma, purtroppo, constatata in decadenza (con ampie metrature degli esterni dall’intonaco mancante, con mattoni a vista e sopravvissuti resti di affreschi).





L’osteria dalle passate atmosfere promette un… premio di consolazione all’eventuale disappunto: sapori della tradizione enogastronomica veronese per veterani e neofiti…

Più avanti, al civico 17, svolge attività meritoria l’Istituto “Casa di Nazareth”, una comunità alloggio per adulti con disabilità, opera tra tante di padre Filippo Bardellini (Verona, 19 maggio 1878 – Ponton, Sant’Ambrogio di Valpolicella, Verona, 24 agosto 1956), sacerdote dell’Oratorio di San Filippo Neri e fondatore della Congregazione delle “Poverette e dei poveretti della Casa di Nazareth”, con Casa Generalizia appunto a Ponton, proclamato venerabile da Papa Giovanni Paolo II il 12 aprile 2003. Venne al mondo e trascorse infanzia e gioventù proprio nel popolare rione Filippini.

Di fronte, poco oltre l’istituto, in vicoletto cieco Filippini, l’incuria prevale, con una negligenza nella cura generalizzata e piante spontanee e coltivate nell’abbandono. Perché?




Il percorso passa davanti alla chiesa di San Fermo Minore di Brà, meglio nota come chiesa dei Filippini (o dei Padri Filippini), sorta sulla preesistente abbazia benedettina del Crocifisso (risalente al XIV secolo) tra il 1759 ed il 1791 (anno della consacrazione da parte del vescovo Giovanni Andrea Avogadro, con nuovi patroni i santi martiri Fermo e Rustico) su progetto neoclassico dell’architetto veneziano Andrea Camerata (o Cammarata?), dopo la concessione del complesso, nel 1712, alla Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri (o dei Filippini) formata da sacerdoti chiamati oratoriani o filippini. L’ufficio religioso ebbe inizio il 20 aprile 1713, data nella quale il vescovo di Verona, Gianfrancesco Barbarigo, eresse la Congregazione con suo decreto.




Anche la chiesa subì danni, poi oggetti di restauro, nei bombardamenti già citati e non solo. Trovarono devastazione il tetto, l’abside, una parte del fianco sinistro e l’oratorio accanto, lavoro dell’architetto Adriano Cristofali.


La sede della Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri, in via Filippini 16, presenta una lapide soprastante: “1758 1828 Antonio Cesari prete dell’Oratorio qui alternando le opere della pietà con gli alti studi per la fede e per la patria volle insieme rifulgessero la luce di Cristo e l’idioma di Dante”. L’anno 1758 inciso non corrisponde a quanto affermano biografie di Cesari che, appartenente alla congregazione, fu linguista, letterato e scrittore. Nato, secondo più fonti, a Verona il 16 o 17 gennaio 1760 e morto a Ravenna il 1° ottobre 1828. L’epigrafe, quindi, andrebbe corretta?

Via Macello
La via conclusiva dell’itinerario prende il nome dal macello che qui svolse le sue funzioni dal 1860 fino all’abbandono nel 1966. Il complesso venne acquistato dal Comune nel 1853 per crearvi il nuovo macello pubblico, con l’ingegnere comunale Enrico Storari incaricato di ristrutturare nel diverso scopo quanto già presente, aggiungendovi ulteriori elementi architettonici.
La facciata espone suggestive cariatidi sostenenti il timpano e raffiguranti bovini inginocchiati (quasi una mesta rappresentazione del nono verso “Lasciate ogni speranza, voi ch’intrate”- Inf. III – parole “scritte al sommo d’una porta” che conduce all’Inferno dantesco), nell’apparente arrendevolezza della fine animale. Sopra di loro una fila di teste bovine completano, come a fregio, il decoro della struttura anteriore.



Dismessa da tempo la cruda attività del macello, ora il nucleo accoglie le Botteghe Artigiane, è luogo di esposizioni e di eventi, offre uno Spazio Informativo e di Primo Orientamento del Comune di Verona, un servizio, cioè, aperto a giovani ed adulti dove poter reperire indicazioni su lavoro, corsi di formazione e d’aggiornamento, Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento (PCTO) , tirocini, mobilità internazionale.
Servizio e foto di
Claudio Beccalossi

