Nel 2025 il PIL dell’Unione Europea a 27 è stimato intorno ai 19,99 trilioni di dollari (fonte: FMI, Macrotrends.net). Un’enorme potenza economica, potenzialmente in grado di guidare il mondo su salute, innovazione e sostenibilità. Eppure, una parte crescente di questa ricchezza rischia di essere dirottata verso una corsa al riarmo che sembra alimentata più da interessi industriali e politici che da reali esigenze di difesa.
Da Bruxelles e dalle principali capitali europee si fa sempre più strada l’idea di portare la spesa militare al 5% del PIL dell’Unione. Significa investire ogni anno circa 1 trilione di dollari in armamenti, basi, sistemi d’arma, munizioni e ricerca militare. Un dato clamoroso, soprattutto se confrontato con quello della Russia: il suo PIL nel 2024 è stato di circa 2,1 trilioni di dollari (fonte: World Economics). In altre parole, l’Unione Europea, solo in spese militari, arriverebbe a investire ogni anno quasi la metà dell’intera economia russa. Un confronto che da solo dovrebbe far riflettere sulla reale proporzione della minaccia.
Perché allora tanta insistenza? Chi ci guadagna? Non è difficile trovare i beneficiari diretti: l’industria bellica europea, che negli ultimi due anni ha registrato aumenti a doppia cifra in fatturato e capitalizzazione. Aziende come Leonardo (Italia), Rheinmetall (Germania), Thales (Francia) o BAE Systems (Regno Unito) sono in prima linea. Il programma EDIP (European Defence Industrial Programme), varato dalla Commissione Europea, ha stanziato 1,5 miliardi di euro solo per il 2024 per rafforzare la base industriale della difesa. Secondo il portale Defence News, queste aziende godono oggi di commesse stabili, piani pluriennali garantiti e appalti spesso poco trasparenti.
Ma mentre si trovano fondi miliardari per produrre carri armati e missili, l’Italia si ritrova fanalino di coda in Europa per la spesa sanitaria. I dati OCSE 2023 parlano chiaro: la spesa sanitaria pubblica pro capite in Italia si aggira attorno ai 3.400 euro, contro oltre 6.500 in Germania e intorno a 5.000 in Francia. L’Italia investe poco, e male. Secondo la Fondazione Gimbe, tra il 2010 e il 2022 il Servizio Sanitario Nazionale ha subito tagli per oltre 37 miliardi di euro. Mancano medici, infermieri, strutture e assistenza territoriale. Secondo lo stesso istituto, servirebbero almeno 30 miliardi di euro da investire subito per salvare la sanità pubblica e rafforzare i servizi sociali. Ma quei fondi “non si trovano”. Eppure, si trovano per gli armamenti.
La situazione è paradossale e pericolosa. L’Europa sembra inseguire un’idea di sicurezza fondata sulla forza militare, ma senza un esercito comune, senza una strategia politica unificata, e senza una minaccia reale paragonabile alla retorica dominante. La Russia, pur avendo una presenza militare aggressiva, è un’economia debole e sanzionata. Prepararsi a una guerra su vasta scala contro Mosca – al punto da spendere metà del suo PIL ogni anno in armi – è un’ipotesi che suona più come strumento di propaganda interna o di pressione industriale che come analisi strategica.
La verità è che questa retorica della paura alimenta un sistema: quello della lobby militare, dei fornitori di armamenti, degli apparati burocratici che vivono di emergenza permanente. Ma è una paura costruita che svuota i bilanci pubblici e lascia i cittadini europei più poveri e meno protetti.
Secondo il Censis, nel 2023 quasi 5 milioni di italiani hanno rinunciato a cure sanitarie per motivi economici. Le liste d’attesa crescono, il personale sanitario è allo stremo, e le famiglie si fanno carico di una parte crescente del welfare. In questo contesto, pensare di investire miliardi in cannoni e droni mentre non si trovano fondi per medici di base, assistenza agli anziani e scuole sicure è qualcosa di più di un errore politico: è un tradimento sociale.
L’Europa rischia così di trasformarsi in una fortezza armata, ma malata e diseguale. Una società che sacrifica sanità, istruzione e giustizia sociale per una sicurezza illusoria, venduta a colpi di propaganda e interessi industriali. Una società che parla di pace, ma si prepara alla guerra. E forse, proprio per questo, la attira.
di S. Valdegamberi

