Cari Lettori,
E’ con vero piacere che intendo presentarvi una persona poliedrica nel vero senso della parola, perché il nostro ospite di oggi è sicuramente un manager, ma è anche un divulgatore, è un comunicatore, un formatore, uno scrittore, un editorialista, un consulente, un politico ma è soprattutto un amico: Alessandro Nardone.
Alessandro è nato a Cassino il 3 maggio 1976, ma solo dopo pochi mesi la sua famiglia si è trasferita a Como, dove vive tutt’ora.
Allora Ale, ciao, iniziamo subito.
Come ti sei avvicinato al giornalismo politico e cosa ti ha spinto a raccontare la politica?
“Mi sono avvicinato al giornalismo politico molto presto perché, a un certo punto, da giovane militante, mi sono reso conto che la politica stava smettendo di essere raccontata per ciò che è davvero. Avendo fatto politica in prima persona, ho visto crescere una distanza sempre più ampia tra i fatti e la loro rappresentazione. Raccontare la politica è diventato un atto di responsabilità: spiegare i processi, smontare le narrazioni mainstream, restituire profondità a decisioni che incidono sulla vita delle persone. Il giornalismo politico, per come lo intendo io, non è militanza cieca né neutralità finta: è prendere posizione partendo dai fatti e assumendosene il peso”.
Quali ritieni siano oggi le principali priorità politiche per l’Italia?
“L’Italia ha bisogno di tornare a essere una Nazione che decide. La priorità assoluta è la sovranità, non come slogan, ma come capacità concreta di scegliere il proprio destino. Senza sovranità economica, energetica e politica, tutto il resto è amministrazione dell’esistente. Subito dopo viene la sicurezza: uno Stato che non protegge i suoi cittadini abdica alla sua funzione primaria. Poi il lavoro, quello produttivo, non assistito, capace di generare valore e futuro. Infine la questione demografica, che è la vera emergenza nazionale: senza famiglie e senza figli non c’è crescita, non c’è welfare, non c’è continuità. Tutto questo richiede una cornice culturale solida: identità, tradizione, senso del limite. Senza, ogni riforma è fragile”.
Quanto conta, nel tuo lavoro, il legame con il territorio e con realtà locali come quella di Como?
“Conta più di qualsiasi teoria. Il territorio è il luogo della verità. A Como ho imparato che la politica si giudica dai risultati, non dalle intenzioni. Qui capisci subito se una scelta funziona o se è solo ideologica. Il legame con il territorio ti impedisce di vivere di astrazioni e ti costringe a rispondere a problemi concreti: sicurezza, sviluppo, qualità della vita. È anche il modo migliore per restare ancorati alla realtà e non farsi sedurre da una politica fatta solo di parole, tweet e convegni”.
Cosa ne pensi dell’operato del Governo Meloni?
“Penso che il Governo Meloni abbia restituito dignità alla politica. Dopo anni di governi tecnici, larghe intese e compromessi permanenti, c’è finalmente un esecutivo che governa con una visione riconoscibile. Non tutto è risolto, ovviamente, ma esiste una direzione chiara: difesa dell’interesse nazionale, centralità dello Stato, rispetto del mandato elettorale. In un contesto internazionale instabile, questa coerenza è un valore politico enorme. È un governo che non chiede il permesso per esistere, ed è già una svolta storica”.
In che modo è cambiata la comunicazione politica negli ultimi anni?
“È diventata più rapida e più povera. I social hanno trasformato la comunicazione in una sequenza di reazioni, spesso emotive, che penalizzano il pensiero lungo. Oggi si scambia la viralità per consenso e la visibilità per leadership. Ma la politica non può essere ridotta a un flusso continuo di stimoli. Chi ha responsabilità deve saper comunicare senza inseguire l’algoritmo, mantenendo coerenza, profondità e una visione che vada oltre il ciclo delle ventiquattro ore”.
Che rapporto vedi oggi tra i giovani e la politica e cosa potrebbe avvicinarli di più?
“I giovani non sono disinteressati alla politica: sono stanchi di una politica che non li prende sul serio. Avvertono l’ipocrisia, il linguaggio artefatto, la distanza tra parole e realtà. Per avvicinarli serve verità, non retorica. Serve offrire responsabilità vere, non ruoli simbolici. I giovani rispondono quando sentono che qualcuno crede davvero in ciò che dice e non li usa come foglia di fico generazionale”.
Come immagini l’evoluzione del giornalismo politico nei prossimi anni?
“Il giornalismo politico è a un bivio. O torna ad essere analisi, studio, racconto dei processi di potere, oppure verrà definitivamente superato. Il commento superficiale, l’allineamento automatico e la propaganda mascherata da informazione non funzionano più. C’è uno spazio enorme per un giornalismo coraggioso, competente, indipendente. Ma richiede fatica, cultura e una schiena dritta. Non è per tutti”.
Cosa ci puoi dire su Alex Anderson, l’alter ego che hai creato per candidarti alle primarie repubblicane sfidando Donald Trump nel 2016?
“Alex Anderson è il protagonista del mio romanzo Il Predestinato, un giovane deputato repubblicano destinato a sfidare il sistema. Nel 2016 ho promosso la versione inglese del libro inscenando una sua finta candidatura alle primarie sfidando Donald Trump e Hillary Clinton. È stato un esperimento di marketing e comunicazione politica: un caso studio sul potere della narrazione e del brand personale di cui hanno parlato in oltre 20 nazioni”.
Essendo tu esperto in materia, tanto che hai scritto libri su Donald Trump, cosa ci puoi dire su di lui?
“Donald Trump è prima di tutto un brand potentissimo. È un comunicatore istintivo ma strategico, capace di monopolizzare l’attenzione come nessun altro leader contemporaneo. Politicamente ha intercettato il disagio della classe media americana e ha trasformato un movimento in identità. Piaccia o no, ha cambiato il modo di fare politica ed è, insieme a Giorgia Meloni, il più strenuo difensore dell’Occidente”.
Cosa vuoi dire a chi già ti conosce e a chi invece ti conosce per la prima volta con questa intervista?
“A chi mi conosce dico che continuo a fare la stessa cosa: pensare, scrivere e prendere posizione senza calcoli opportunistici. A chi mi legge per la prima volta dico che non troverà ambiguità. Posso cambiare idea davanti ai fatti, ma non baratto i principi. Credo che la politica, se affrontata con serietà e coraggio, sia ancora uno strumento potentissimo per incidere sulla realtà. E credo che raccontarla nel modo giusto sia parte integrante di questa responsabilità”.
Ringrazio per la disponibilità Alessandro Nardone, e vi do appuntamento con il prossimo ospite.
Cordialmente, il Vostro Colonnello.

