San Bortolo (Selva di Progno) – Situata nei pressi di San Bortolo (o, più esattamente, San Bartolomeo delle Montagne, un tempo San Bartolomeo al Todesco o Teutonico per l’appartenenza etnica alla radice tedesca), la spelonca dele Albarele è seminascosta alla vista dalla fitta boscaglia d’un pendio che scende a formare l’intricato ed inquietante Vajo dell’Orco.







Più precisamente, si trova nella discesa del versante nord-est della contrada abbandonata denominata Tede, all’estremità orientale della Lessinia veronese (ed al confine con quella vicentina del comune di Crespadoro), al declivio meridionale del gruppo (o dorsale) del Carega, massiccio delle Piccole Dolomiti, nelle Prealpi Venete.
La frazione del comune di Selva di Progno fa parte dei 13 Comuni Cimbri (13 Comuni della Montagna Alta del Carbon) popolati da coloni d’origine bavaro-tirolese dal particolare idioma (taucias gareida). I coloni furono chiamati cimbri dal termine stesso con cui loro stessi si identificavano, cioè tzimbar, boscaiolo. Su beneplacito del 1287 del vescovo di Verona d’allora, Bartolomeo I della Scala, si stanziarono con l’onere di decima in aree disabitate della Lessinia per disboscare, coltivare e rendere fertile il territorio incolto edificandovi masi (masserie, costruzioni con annessi allevamenti di bestiame).
I trombini, esclusiva tradizionale
San Bortolo è nota per i singolari trombini, detti pure s-ciopi o pistoni, derivanti da armi da battaglia dei secoli XVII-XVIII utilizzati, più che altro, per spaventare, per abbattere ostacoli, per avanzare tra avversari o proteggersi incutendo timore con il fragore della scariche. Sarebbero connessi ad archibugi a miccia e moschettone diventati, poi, trombini di carattere devozionale-folcloristico.
Nel passato erano presenti in Lessinia, soprattutto in quella delle tradizioni cimbre, vari gruppi di trombonieri o pistonieri che intervenivano in manifestazioni pubbliche tirando colpi a salve. A San Bortolo sono attivi vari trombonieri (sparatori della rumorosa ma inoffensiva arma) aggregati in un sodalizio di stampo esclusivo in Europa e, per questo, invitati anche all’estero ad esibirsi. La parola trombino avrebbe attinenza con “tromba” (o “campana”), ossia lo svaso della bocca da fuoco.
Per valorizzare al meglio la peculiare memoria è stato aperto dal 2017, a San Bortolo, il “Museo dei trombini della Lessinia” con giorni, orari e modalità d’apertura e di visita consultabili sul sito dell’Associazione culturale folkloristica “I trombini di San Bartolomeo delle Montagne”, http://www.trombinidisanbortolo.com/.
Ossa di vari animali all’interno della caverna
L’origine del nome della cavità citata, così come lo conoscono gli abitanti del circondario, appunto dele Albarele, deriva dalla selva impervia ed in ripido declivio in cui s’apre, ricca di muschio, arbusti e piccoli alberi i quali possono anche essere chiamati alberetti, alberelli e, quindi, in vernacolo, albarele. Sicché, ha “paternità” toponomastica dalle piante folte e slanciate che compongono la natura del luogo così come lo stesso bosco, parte dell’insidioso e selvaggio Vajo dell’Orco, è chiamato genericamente Albarele.
La caverna, però, è risaputa anche quale Tana della volpe in quanto è sempre stata il rifugio d’uno o più di questi carnivori. Ma non solo, pure di altre specie tipiche prealpine, estinte o meno. A prova della presenza costante di animali all’interno della grotta è la varietà e la quantità di ossa disseminate a terra e sotto le pietre che dimostrano voracità e morti in lassi di tempo che andrebbero calcolati con appropriate analisi scientifiche.
Inoltre, il riparo naturale fu utilizzato, durante la Seconda guerra mondiale, da estremo rifugio contro incursioni e rastrellamenti nazifascisti e, quindi, molti delle contrade dei dintorni hanno trovato qui frequente riparo, per notti e giorni interi, consumando alimenti (animali da cortile o da allevamento) i cui resti sarebbero rappresentati da una parte delle ossa accumulate.
Si racconta, ad esempio, che in uno dei tanti pasti tra le fughe dalla violenza nazifascista, scivolò nel cunicolo di passaggio tra le due camere principali una forma di formaggio e che, per il timore del buio non certo rassicurante dell’anfratto interno e non sapendo cosa vi avrebbero trovato, nessuno dei presenti si sentì spinto a tentare il recupero di quanto cadutovi.
Non facilmente individuabile senza guida o precise coordinate, l’antro dele albarele costituisce un’interessante e semioccultata curiosità minore, sia speleologica che zoologica. Connessa a fattori di sopravvivenza in guerra che ne fanno una scorciatoia tra passato e presente da tutelare se non valorizzare opportunamente.
Servizio e foto di
Claudio Beccalossi

