In lungadige Porta Vittoria ristagna il ricordo storico della porta aperta nelle mura comunali, secondo il rafforzamento della cinta ezzeliniana voluta da Alberto I della Scala (?, 1245 ca. – Verona, 3 settembre 1301) e realizzata tra il 1287 ed il 1289.






Nota anche quale Porta Pellegrina (connessa, cioè, alle proprietà dell’omonima famiglia) o Porta di (del) Campo Marzio o Marzo (Campomarzio o Campomarzo), l’attribuzione “della Vittoria” deriva dal risultato conseguito nel 1354 da Cangrande II della Scala (Verona, 7 giugno 1332 – Verona, 14 dicembre 1359) nella battaglia, avvenuta in quei dintorni, contro il fratellastro ribelle Fregnano che voleva spodestarlo.


L’epilogo motivò la costruzione nel 1355 in chiave commemorativa, sul luogo stesso dell’evento, della chiesetta di Santa Maria della Vittoria “Vecchia” (originariamente intitolata a Maria Vergine ed a San Giorgio), chiamata così per distinguerla da quella vicina, Santa Maria delle Grazie, detta della Vittoria “Nuova”, edificata dai frati dell’Ordine di San Girolamo (gerolamini o girolamini) tra il 1487 ed il 1512/1513 ed annessa al loro convento di Santa Maria della Vittoria.
Quest’ultimo edificio sacro fu soppresso e demaniato il 4 luglio 1806 “e i cinque (o sei, n.d.t.) monaci allora presenti nel complesso furono trasferiti nel convento di San Sebastiano, a Venezia. Nella sacrestia della chiesa si trovava la celebre Deposizione di Cristo (Compianto sul Cristo morto o Lamentazione su Cristo morto, n.d.t.) di Paolo Veronese, oggi al Museo di Castelvecchio dopo essere stata temporaneamente esportata a Parigi come bottino di guerra all’epoca della prima Campagna d’Italia del generale Bonaparte. Nella chiesetta vi era pure la cappella gentilizia dei Pompei, dalla quale proviene la tela di Liberale da Verona raffigurante i Santi Girolamo, Paolo e Francesco, oggi anch’essa nel Museo di Castelvecchio. Dopo la sconsacrazione, la chiesa fu adibita come fabbrica del nitro”.
“Nel 1465 chiesa (“Vecchia”, n.d.t.) e casa canonicale furono concesse in uso all’Ordine di San Girolamo della Congregazione del beato Pietro da Pisa, volgarmente detta dei Girolamini. Tra il 1469 e il 1481 fu eretto il convento per i monaci: essi, dopo la costruzione della vicina chiesa Nuova,lasciarono la chiesetta originaria, affidandola alle cure di una Compagnia segreta”. O, meglio, concessa ad una confraternita devota a San Giorgio.
Pure Santa Maria della Vittoria “Vecchia” fu soppressa, demaniata e destinata all’uso militare per decreto napoleonico nel 1806. Nell’arco di tempo 1814-1866, si registrò il “mantenimento dell’edificio in uso militare per diverse destinazioni (magazzino, caserma)”.
Riassumendo, Santa Maria della Vittoria “Vecchia”, dopo l’abolizione del convento e la demanializzazione, nel 1810 divenne un’officina mentre Santa Maria della Vittoria “Nuova” si trasformò in nitriera (“luogo di produzione di nitrato di potassio o salnitro utilizzato in particolare per la fabbricazione di polvere da sparo”, con “ammassi di sostanze organiche lasciati fermentare per circa un anno e poi utilizzati come concime oppure lisciviato per ricavarne nitrato di potassio”), con parte del convento concesso in uso al direttore della nitriera stessa.
Sotto la dominazione asburgica, la chiesa “Vecchia” e gli annessi fabbricati erano conosciuti come “Caserma Campostrini”, invece il convento dei Gerolimini (e la chiesa “Nuova”) trovarono denominazione in “Caserma Porta Vittoria”.
“Negli anni 1840-1845 entrambi gli edifici, assieme al Magazzino di San Cristoforo, erano destinati alla Commissione delle Monture Militari. Vennero successivamente adibiti a caserma. La caserma di Porta Vittoria poteva ospitare 200 uomini e 45 cavalli; lavori di sistemazione vennero probabilmente eseguiti nel 1860. Dal 1849, ceduta alla Congregazione Municipale, la Caserma Campostrini era a disposizione delle truppe in trasferimento; poteva accogliere 100 uomini. Agli inizi del Novecento la chiesetta di Santa Maria della Vittoria Vecchia era ancora usata come fucina militare”.
Contraddistinta da un arco a sesto ribassato sovrastato da una torretta, Porta (della) Vittoria venne chiusa nel 1411 e trovò sporadica riapertura dal 1819, con l’Austria padrona a Verona. Dal 23 febbraio 1829 il transito ebbe regolare funzionalità quale collegamento verso il nuovo Cimitero monumentale, realizzato tra il 1828 ed il 1844 su progetto neoclassico di Giuseppe Barbieri (Verona, 2 dicembre 1777 – Verona, 10 gennaio 1838, architetto ed ingegnere).
Il feldmaresciallo Josef Radetzky (Sedlčany, 2 novembre 1766 – Milano, 5 gennaio 1858) comandò la ricostruzione globale della porta, su progetto dell’ufficiale ed ingegnere Conrad Petrasch (Vienna, 27 novembre 1807 – Klosterbruck, 18 agosto 1863), con lavori terminati nel 1838, come attesta l’anno romano riportato sul fronte che dà su viale dei Partigiani. Eretta in pietra bianca ed in stile neoclassico, dall’unico arco e doppie lesene doriche, l’opera fu rinominata Porta della Vittoria Nuova.
L’assetto strutturale di Santa Maria della Vittoria “Vecchia”, diventata “obiettivo militare” in quanto riciclata da tempo a questo fine, venne definitivamente compromesso dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, in modo particolare dall’incursione aerea americana del 4 gennaio 1945 che causò il crollo della copertura e del muro perimetrale nord, oltre al danneggiamento delle murature a sud ed alla distruzione di vari edifici che, nel corso dei secoli, erano sorti addossati alla chiesa. E l’attualità conserva solo la facciata d’impianto romanico, con l’intradosso del vicino arco custode di alcune lesioni nella pietra, affronti visibili e “testimonianze vive” delle schegge di bombe “liberatrici”.


La prospettiva è “vegliata” dall’edicola sacra con un antico affresco murale della Madonna con Bambino, nella nicchia protetta da un vetro, sotto la salutatio angelica “Ave Maria”, debitamente restaurata dall’incuria in cui versava. Erano in stato miserando soprattutto le fattezze superstiti del viso mariano, ora restituite all’originaria dolcezza dal valore devozionale più che prettamente artistico.


Un’ultima annotazione. La vista del tratto di sponda tra ponte Aleardo Aleardi e lo stesso lungadige Porta Vittoria (prima della torretta merlata con lo stemma degli Scaligeri che costituiva l’estremità – o sperone murario che reggeva la catena di sbarramento alla navigazione fluviale – della porta sul fiume) evidenzia un esagerato prosperare di vegetazione spontanea tra alberi d’alto fusto, con erbacce che hanno invaso anche la muratura affacciata all’Adige. Che sia necessaria un’opera periodica di contenimento di tanta abbondanza verde?
























Servizio e foto di
Claudio Beccalossi
© Riproduzione riservata

