Il tessuto economico dell’Italia è composto prevalentemente da imprese di piccole o medie dimensioni. È innegabile che le politiche attuate dai governi italiani non hanno contribuito a sostenere né gli artigiani né i piccoli imprenditori…

“Non è opportuno dire la verità a una persona che non sia disposta ad accettarla.”
Seneca, Lettere morali a Lucilio
Fare impresa in Italia significa affrontare un “percorso ad ostacoli” pieno di costi, vincoli e difficoltà spesso insormontabili.
Vorrei citare a tal proposito la descrizione tratta dal libro “Volevo solo vendere pizza. Le disavventure di un piccolo imprenditore” di Luigi Furini.
Dove è più facile aprire un’impresa?
In un Paese dove si possono fare affari con relativa semplicità. Nella classifica della Banca Mondiale, l’Italia è all’820° posto, dopo il Kazakhistan, la Serbia, la Giordania e la Colombia. Merito della nostra infernale burocrazia. Un giornalista prova a diventare imprenditore. Segue i corsi di primo soccorso, quello antincendio, quello sulla prevenzione degli infortuni. Frequenta commercialisti e avvocati. Informa le “lavoratrici gestanti” dei rischi che corrono – ma solo quelle “di età superiore ad anni 15”. E poi c’è l’Asl con tutti i regolamenti sull’igiene e l’obbligo di installare e numerare le trappole per topi (non basta il topicida, vogliono fare una statistica?). C’è persino il decalogo che insegna quando bisogna lavarsi le mani. Compra centinaia di marche da bollo, compila (e paga) un’infinità di bollettini postali. Sei mesi dopo e con centomila euro di meno, apre finalmente l’attività: un piccolo negozio di pizza d’asporto. Ma a quel punto si trova a dover fare i conti con i cosiddetti “lavoratori” e con i sindacati. Dopo due anni infernali, chiuderà bottega.
L’eccessiva rigidità nei rapporti di lavoro porta a un eccesso di flessibilità? Le leggi troppo restrittive spingono inevitabilmente verso l’economia sommersa e il lavoro nero? Sono i temi di discussione in questi mesi caldi, mentre si parla di riforma della Legge Biagi. Quello di Gigi Furini non è un trattato di economia del lavoro. È il resoconto di due anni impossibili…
Negli anni Settanta nel Nord Est, ed in particolare nel Veneto, sono nate una miriade di piccole (e a volte, micro) imprese le quali hanno creato un sistema economico efficiente.
I giovani imprenditori dell’epoca spesso provenivano da precedenti esperienze di lavoro in imprese storiche di medie e grandi dimensioni. Solo una minima parte proveniva da una tradizione familiare artigianale o di liberi professionisti.
Nasceva così il comparto manifatturiero, con uno sviluppo di laboratori artigianali che lavoravano anche per conto terzi, i quali, affiancandosi alle grandi produzioni, si specializzavano nel settore tessile, meccanico, elettronico e dell’arredo.
Nel settore agro-alimentare e precisamente nell’industria di trasformazione e conservazione, negli ultimi anni si è attuato un ulteriore sviluppo. Tali trasformazioni hanno sviluppato e consolidato i distretti industriali. Ne sono esempi quello della concia e dell’oro nel vicentino, dell’occhialeria a Belluno, calzaturiero nella riviera del Brenta e del mobile nella pianura veneta e a Livenza.
L’elemento che ha permesso il consolidamento dei distretti industriali è stata la “vocazione imprenditoriale” e la voglia di “fare impresa”. In quel periodo in Veneto il settore trainante era quello primario. Vi erano poche infrastrutture e una rigidità nei rapporti con le istituzioni. A questi ostacoli ha sopperito la forza del singolo individuo con l’atteggiamento di fiducia nel futuro e la capacità di sapersi adattare ad una società che stava cambiando assieme al coraggio di affrontare le sfide quotidiane.
Ora ci chiediamo: e oggi? Tutto il sistema economico sembra bloccato, manca la volontà di guardare oltre l’ordinario anche se a differenza di allora ci sono ulteriori strumenti. È migliorato il livello scolastico, numerosi sono gli iscritti alle facoltà universitarie e dopo la laurea c’è la possibilità di specializzarsi all’estero.
Viene da chiedersi allora: cosa manca per incentivare l’imprenditoria giovanile? Dove devono agire la Pubblica Amministrazione, le Associazioni di categoria, le scuole, per facilitare ed invogliare alla nascita di nuove realtà produttive?
La crisi economica che per alcuni è definita mondiale, ma che a ben guardare per certi aspetti tocca solo il vecchio mondo (Europa) e il nuovo continente (America), impone di guardare al di là del nostro sistema economico. Il mercato oggi è “globale” non più locale. E questo impone sfide anche culturali e non solo economiche.
Le banche, già negli anni Settanta, avevano un ruolo determinante a sostegno della piccola imprenditoria attraverso la nascita e lo sviluppo delle banche mutue popolari e le casse di risparmio.
Ora le banche si sono evolute, si sono fuse con altri istituti, sono diventate in una parola “grandi” e hanno perso la loro vocazione di sostegno alle piccole imprese.
La recente crisi finanziaria ha reso evidenti non solo rilevanti fattori di fragilità sistematica insiti nella struttura, nella composizione e nei modi di operare dei sistemi finanziari (mercati e intermediari), ma anche alcune importanti criticità dell’impatto regolamentare di Basilea.
Durante gli anni precedenti la crisi, le banche si erano abituate a operare con uno sbilancio di scadenze e valute molto consistente e con margini ridotti di disponibilità liquide, confidando nella costante possibilità di approvvigionarsi di liquidità sul mercato facilmente e a costi contenuti. All’esplodere della crisi, per effetto della perdita di fiducia nella liquidità delle banche, l’offerta di risorse liquide delle controparti di mercato si è ridotta drasticamente, generando severi problemi di funding e obbligando le banche centrali ad erogare volumi consistenti di credito di emergenza.
Le banche, che si rifinanziano presso la banca centrale a tassi bassi o addirittura negativi in termini reali, preferiscono depositare gran parte di questa liquidità presso la banca centrale stessa (anche dopo l’azzeramento dei tassi di interesse sui conti di deposito) o utilizzarla per acquistare titoli di Stato. Questi titoli sono poi utilizzati, come collaterale, per ulteriori operazioni di rifinanziamento. I finanziamenti alle banche dei paesi “periferici” dell’area euro sono arrivati a circa 750 miliardi di euro.
Il tasso BCE è attualmente fissato a 0,50% dal 02/05/2013 mentre nel luglio 2008 era il 4,25%.
Il rapporto banca impresa oggi assume un’articolazione e un grado di complessità molto elevati. Esso spazia dalla semplice gestione dei pagamenti, che la banca svolge per conto dell’impresa, all’individuazione di elaborati programmi finanziari capaci di sorreggere specifici progetti, alla monetizzazione dei crediti commerciali, agli interventi finanziari volti a ridefinire l’assetto societario, dal finanziamento dell’interscambio con l’estero alla gestione dei flussi di cassa e così via.
Al fine di preservare i patrimoni delle banche l’applicazione del Nuovo Accordo di Basilea ha disposto che le banche dovranno adeguare i meccanismi di valutazione delle imprese affidate attraverso la predisposizione di procedure che condurranno a sostanziali modifiche nei criteri di applicazione del credito. A tal fine le banche dovranno sopportare gravami in termini di capitale da accantonare ai fini della vigilanza ,direttamente correlativi al rischio creditizio da esse sostenuto.
La banca svolgerà la sua fase istruttoria in base ai flussi di informazioni che le aziende, intenzionate ad accedere al credito, saranno in grado di fornire sia all’inizio del rapporto con l’istituto di credito, sia durante la fase di vita. Le medie e piccole imprese si dovranno organizzare ed attrezzare per corrispondere a tali esigenze.
L’istituto di credito analizzerà nello specifico:
- Indici patrimoniali, finanziari ed economici;
- Localizzazione geografica;
- Dimensione (fatturato, numero dipendenti ecc.);
- Settore di attività;
- Forma giuridica;
- Fase di vita (start-up/maturità).
Dalla capacità di produrre tali informazioni da parte delle imprese verso gli intermediari finanziari discende la possibilità di accedere alle fonti di finanziamento esterne e soprattutto di definirne i costi relativi. Le banche, senza dubbio, preferiranno erogare il credito alle imprese che avranno una bassa propensione al rischio e limiteranno gli impieghi destinati alla clientela che presenterà giudizi non molto positivi o incerti. Le imprese non pienamente affidabili da un punto di vista strettamente economico-finanziario, si vedranno diminuire le fonti di finanziamento ed incrementare il costo delle stesse.
Le linee d’azione che le imprese potranno portare sono quindi:
- Una maggiore attenzione al presidio degli aspetti quantitativi (indici) e qualitativi critici all’esame del rating;
- Il ribilanciamento del mix di fonti affinché risultino coerenti (in forma tecnica) con i progetti di sviluppo da intraprendere e con il relativo fabbisogno finanziario;
- La riduzione delle situazioni di indebitamento e, se necessario, la ripatrimonializzazione.
di Marco Maraia

