Il Giro della Svizzera, iniziato lo scorso 9 giugno, è l’ultima grande corsa a tappe che vedrà al via il nostro Damiano Cunego. Il corridore veronese, infatti, con questo mese di giugno dovrebbe (ma il condizionale è d’obbligo) chiudere la sua lunga carriera tra i ciclisti professionisti iniziata nel lontano 2002.
Enfant prodige del ciclismo, maglia iridata nella sua città nel 1999 da juniores, esplose nel 2004. Il mondo del ciclismo e l’Italia della bicicletta erano ancora sotto shock per la prematura scomparsa di Marco Pantani, vincitore di Giro e Tour nel 1998, morto in solitudine in una stanza di albergo di Rimini. In quell’anno Cunego rappresentò quella ventata di aria nuova che l’universo delle due ruote cercava. Spettatori e appassionati, dopo mesi di torpore, si rianimarono all’improvviso e trovarono nel “Piccolo Principe” l’uomo nuovo tanto atteso per riallacciare il rapporto con uno sport che aveva regalato molte delusioni e tristezze.
Proprio il 2004 fu ilsuo miglior anno con le vittorie al Giro di Lombardia, al Giro del Trentino, al Giro dell’Appennino e al Giro d’Italia (con quattro tappe). Il duello, inscenato con il compagno di squadra Gilberto Simoni in quell’edizione della corsa rosa(la numero ottantasette), rimarrà a lungo nella memoria degli appassionati. Raramente, nel ciclismo moderno, si sono visti due corridori con la stessa casacca attaccarsi nella speranza di scipparsi reciprocamente il simbolo del primato. L’Italia sportiva si divise in quell’occasione, e come non accadeva da tempo, tra il vecchio campione (vincitore uscente) e la nuova, forse un po’ scanzonata, promessa.
Sembrava, dopo quell’annata, essere sbocciato un nuovo scalatore pronto per dominare le corse a tappe degli anni seguenti. Damiano, invece, non riuscìpiù a vincerne nessuna, anche se, comunque, arrivò quarto e quinto,rispettivamente,nei Giri del 2006 e 2007, e secondo nel Tour de Suisse 2011. Le stagioni successive furono, infatti, per il corridore di Cerro,discontinue e meno brillanti, con,comunque, ancora qualche buona prestazione (principalmente nelle gare di un giorno). Nel 2006, ad esempio, dopo un undicesimo posto al Tour, portò a casa la maglia bianca di miglior giovane (e un secondo posto nella tappa dell’Alpe d’Huez). Nel 2007,poi, tornò a vincere Giro del Trentino e Giro di Lombardia. Nel 2008 vinse in Olanda l’Amstel Gold Race e nuovamente la “Classica delle foglie morte”. In seguito vi furonoancora diverse, anche se sempre più rare, vittorie di giornata (anche alla Vuelta de Spagna), e onorevoli piazzamenti al Tour de France 2011(sesto) e Giro d’Italia 2012 (ancora sesto).I risultati del 2004, però, rimasero irripetibili e, probabilmente, condizionarono Cunego, e i giudizi su di lui, per tutta la carriera.
Quale, allora, il giudizio sul nostro portacolori?
Secondo i più critici è stato un corridore incompleto, esploso troppo giovane e caricato di eccessive aspettative. Secondo i suoi fans, invece, è stato un atleta sfortunato, potenzialmente destinato a vincere diverse corse grandi corse a tappe, ma bloccato da qualche intoppo di troppo nei suoi anni migliori e scalognato in alcuni appuntamenti chiave. Vincitore morale del già citato Giro della Svizzera 2011, ha, infatti, pure perso per pochi secondi, e forse per un errore nella strategia usata negli ultimi chilometri di corsa,la maglia iridata nel mondiale su strada disputatosi a Varese nel 2008, vinto dall’italiano Ballan. E’ arrivato anche secondo nel campionato italiano 2009 (battuto da Filippo Pozzato). Sarebbero bastate queste poche vittorie per cambiare radicalmente ogni giudizio e zittire ogni critica su di lui.
A noi, che tanto lo abbiamo tifato, che abbiamo esultato a ogni suo primo posto, e che ci siamo alzati in piedi a ogni suo scatto, piace pensare che campione lo sia sempre stato e che il suo palmares, seppur notevole, non abbia reso piena giustizia al suo grande valore di sportivo. La speranza è che ora, come già avvenne per Alberto Contadoralla Vuelta 2017, o per Gianni Bugno nel 1998(sempre in Spagna), l’ultima corsa a tappe della carriera possa regalargli (e regalarci) un’altra grande (ultima) soddisfazione.
Matteo Peretti

