Cari amici, care amiche, e così con queste due storie inizio una nuova avventura. Dopo “Vilafranca de ‘na olta”, per il momento accantonata, ecco con “Poian de ‘na olta”. Per i nuovi lettori mi è d’obbligo precisare che raccontare in due paginette la storia di una persona è impresa impossibile e tuttavia, con la sintesi delle sue vicende, cerco di dare uno spunto ed uno stimolo per parlarne e con lei del mondo del tempo che fu. E non potevo non iniziare con una doppia storia, quella dei fratelli “Nicio” e Domenico “du dei fradei Biasi; ‘n autista e ‘n murador” la cui amicizia mi è stata e mi è, particolarmente cara. Filiberto Biasi”, classe 1933, alias “el Nicio”, alias “Barolo ed il fratello Domenico, classe 1938, sono due dei cinque figli di Adelino e Teresa Bertaiola, che prima avevano avuto Rosina, classe ‘30, e poi avranno Luciano, classe ‘42, e Luigi, classe ‘48. Il loro papà Adelino, detto “el Sordo” (infermità probabilmente acquisita durante il servizio militare fatto come cannoniere nell’artiglieria a cavallo) è un contadino la cui famiglia conduce un fondo in località “Colombarotto”. Adelino, poco dopo la nascita della sua prima figlia, anche a seguito della prematura scomparsa del suo papà, con mamma Veronice detta “Nice” si trasferisce in Povegliano dove prende a mezzadria alcuni campi. Si insedia in via Monte Grappa in una casa composta da soli tre locali uno sopra l’altro; al piano terra la cucina, sopra una camera da letto e sopra ancora un granar adattato a camera da letto e, cosa comune allora con adiacente alla cucina e separata da una sola porta, la stalla. Sono gli anni duri tra le due guerre ma il diuturno lavoro dei campi di Adelino gli consente se non l’agiatezza almeno di non far patire la fame alla sua famiglia. Con la crescita e l’aiuto dei figli le cose però iniziano ad andare per il meglio. Amplia la stalla e può prendere in affitto altri campi. Finita la guerra Adelino decide di dare una svolta alla sua vita. La casa è in effetti diventata stretta e se nella grande tavola dell’unico locale cucina c’è posto per tutti la situazione alloggiativa è alquanto precaria. La camera da letto è riservata agli sposi e all’ultimo nato, mentre nel sottotetto, “el granar, en do’ quando no se vede le stele pioe so”, in due letti matrimoniali, separati solo da una tenda, dormono; in uno la nonna “Nice” e Rosina e nell’altro, Filiberto, Domenico e Luciano. Ed è così che allora Adelino, vendendo quattro delle sue otto vacche, compra in un luogo che fino ad allora era stato il “pascolo dei occhi” per tutto il paese ben dieci campi di incolto con sopra solo tre file “de morari” (gelsi) da cui il nome del posto, “le Tre Bine”. Per rendere produttivo il terreno prima ancora di fare la casa e la stalla c’è da scavare, a “pico e baila” un profondo pozzo, cosa che fa, con grande fatica e con l’aiuto dei figli e di amici. Si inizia così col mettere a dimora diverse piante di mele. Poi si incomincia a costruire la casa dove con tutta la famiglia, si trasferisce non appena ne è terminato il piano terra. Segue per tutti un periodo di intenso e duro lavoro durante il quale ben presto emergono e si consolidano, anche nel gioco, il fisico ed il carattere dei nostri “Nicio” e Domenico. Fratelli sì ma con caratteri che più diversi non potevano essere. Spirito avventuroso e libero, esuberante a limite della trasgressione, schizzinoso nel mangiare e selettivo nel bere, Filiberto; pacato, concreto, riflessivo e “de boca bona” Domenico. Ancora per qualche anno però la famiglia rimane unita a la storia dei due fratelli coincide anche se con diverse “sfumature”. Assieme condividono giochi passioni e lavoro nei campi. In quegli anni Domenico è magro come un chiodo e cresce a vista d’occhio. Solo la nonna sembra avere qualche preoccupazione tanto che ogni tanto “de scondon la ghe dà ‘n ovo sbatuo” (tuorlo d’uovo, zucchero e Crema Marsala o vino). Il “Nicio” invece cresce normalmente secondo i canoni del tempo; più alto della media, asciutto ben proporzionato e con una potenza ed una elasticità muscolare del tutto straordinaria, doti che lo porteranno ad eccellere in varie attività sportive e soprattutto nel gioco del calcio. Ma procediamo per ordine. “El Nicio” è ancora un ragazzo quando nel cortile di casa si cimenta in giochi “ad alto rischio”. Dopo diversi tentativi, e relative ammaccature, riesce a fare da fermo diversi salti mortali e giravolte e, per stupire i coetanei, anche dei “salti mortali” dalla cima alla “paiara” (un cumulo di balle di paglia) alla groppa di un cavallo. Il lavoro dei campi però non lo entusiasma per niente tanto che, specialmente la festa, quando tocca a lui governare la stalla il suo turno lo deve fare Domenico. Assieme, per contribuire al bilancio familiare, vanno anche a sfalciare l’erba, a giornata; il compenso: “tanto al campo”. Ora però le storie mi è d’obbligo separarle. Parlare a Povegliano della storia del calcio locale e non parlare di Filiberto Biasi equivarrebbe ad un sacrilegio. Filiberto è la storia del calcio “de Poian” Quando nel 1952 costituisce l’Associazione Sportiva Calcio Povegliano, che patrocinata dalle ACLI partecipa al Campionato Provinciale Ragazzi del C.S.I. riservato ai giovani dai 14 ai 19 anni, lui c’è. Quel primo campionato è addirittura vinto nella finale disputata contro la locale squadra in quel di Pescantina. Allora a Povegliano il campo di calcio, indispensabile per la partecipazione al Campionato Dilettanti della F.I.G.C., ancora non c’era (si farà solo nel ’53) e per intanto si gioca a Villafranca, nel campo “del Castel”. “El Nicio dall’anno successivo gioca ininterrottamente come titolare nei vari Campionati Dilettanti e, tranne il periodo della chiamata alle armi, è presente sino al ’58, anno di scioglimento della società stessa. Fortissimo di testa e dotato di uno stacco straordinario dopo i primi anni da “stopper” passa a fare il libero e a dirigere la difesa mantenendo, per scaramanzia ed anche per disorientare gli avversari, sempre il numero 5. Impossibilitato per lavoro a partecipare regolarmente agli allenamenti gli capita talvolta di avere in partita dei crampi e come soleva raccontare < allora puntavo il piede contro il muro della Filanda ed appena il dolore mi era passato tornavo in campo con più grinta di prima> Poi, dopo un breve periodo nella “Garibaldina” di Villafranca, alla rifondazione in paese di una nuova società, rifiutando allettanti offerte, torna a giocare nel Povegliano dove conclude la carriera nel ’62. Al di fuori del calcio “el Nicio”, non appena compiuti 18 anni prende la patente per guidare non solo la macchina ma anche i camion ed inizia sin da subito il mestiere che poi farà per tutta la sua vita lavorativa, l’autista. All’inizio trova impiego presso la ditta di autotrasporti Foroni di Valeggio sul Mincio e vi rimane sino a quando è chiamato alle armi. Assolve gli obblighi di leva (allora 18 mesi) in Bolzano in forza al Gruppo di Artiglieria da Montagna “Verona” con l’incarico di autista. Tornato alla “vita borghese” dopo un breve periodo come trattorista dai Biasi di Povegliano, viene assunto, a guidare “le corriere”, prima dalla ditta Silvestri di Villafranca e poi, quando questa chiude, dall’APT di Verona. Nel 1963 “Nicio” mette su famiglia e si sposa con Luigina “Nora” Zanon (del casato dei “Caseta”) che gli darà Luca, Claudia e Massimo. Filiberto è un bravo autista ed è impiegato non solo a condurre autobus di linea ma anche quelli turistici ed è proprio quest’ultimo lavoro che lo porta in giro per tutta Europa, anni ed anni senza mai un incidente. Giunto finalmente al traguardo della pensione il “Nicio” può così dedicarsi a tempo pieno alle sue due grandi passioni: la Juventus e la caccia. Tifoso “sfegatato” vive con esaltazione le vittorie e con profonda costernazione le sconfitte della sua squadra del cuore. Quante domeniche pomeriggio a seguire la partita con il gruppo degli irriducibili tifosi juventini, allo stadio o in Povegliano davanti alla televisione. In paese il loro ritrovo è in un locale nella corte “de Gianotti” (Gianni Benato, altra bandiera del calcio poveglianese). La caccia invece il “Nicio” la vive con sufficiente distacco e signorile portamento. Mi sembra ancora di vederlo incedere lento ed impettito nella sua sempre elegante “mise”. Il carniere non lo interessa più di tanto, semmai si entusiasmava per le “performance” dei suoi cani, ne ha contemporaneamente anche più di due, tutti rigorosamente femmina e tutti di nome Leda, giustificando il fatto con < quando ne ciamo una, voi che le vegna tute>. E se la sua mira però lascia un po’ a desiderare lui non se la prende < bon par ‘st’altra olta> dice quando il selvatico se ne va, ed in Toscana sono stati diversi i cinghiali che lo hanno “ringraziato”. Memorabili poi erano le discussioni “con el Nino Tao (ma la sua è un’altra storia), soto el portego en quel de San Giovani” su vere o presunte virtù dei cani dell’uno e dell’altro, spesso sfociate in repentine liti ed altrettanto veloci rappacificamenti. La storia di Domenico la riprendo da quando inizia le elementari. Si è in tempo di guerra e Domenico, assieme ad altri sei sette coetanei, (tra cui Tiziano “Meneghel” e Renato “Cioncar”), frequenta la prima classe a casa della maestra Nina Brasaola. L’anno dopo, finita la guerra, supera, in un’aula del vecchio asilo, gli esami di ammissione alla seconda. Ripresi poi i corsi di studio regolari per due anni ha come maestro il manesco sacerdote Don Benamati mentre la quarta e la quinta le fa con il già Podestà del paese maestro Caldana. Terminata la scuola a Domenico tocca a tempo pieno il lavoro nei campi e tuttavia anche per lui in quegli anni c’è gloria nel calcio locale. Nella stagione sportiva 1955/56, dopo aver giocato e ben figurato per due stagioni nel Campionato Ragazzi della F.I.G.C., approda da titolare nella Prima Squadra del paese che milita nel campionato di 2^ Divisione. Occupa il posto di stopper che già era del fratello e l’anno successivo è tra gli artefici della promozione della squadra in 1^ Divisione. Domenico è ancora più alto del “Nicio” e in mezzo alla sua area di testa “non ce n’è per nessuno”. A 17 anni Domenico lascia il lavoro dei campi e trova impiego dapprima come manovale e ben presto da muratore. In quegli anni, assieme ad un’altra ventina di coetanei, tutte le mattine di buonora Domenico parte da Povegliano per recarsi, con una malandata bicicletta, sul posto di lavoro. L’ora? Dipende dove si trova il cantiere perché alle sette bisogna essere sul posto. Quando c’era da andare sulle Torricelle o a San Martino Buon Albergo parte alle 5 perchè c’è da tener conto anche della sosta al forno di Dossobuono per comperare il pane. Il primo panino caldo lo fulmina seduta stante, “sordo” (senza companatico). Il resto del pranzo lo porta da casa. Nella borsa attaccata alla canna della bici vi è l’immancabile gavetta con la razione di pasta asciutta o minestra, le posate ed una bottiglia di vino, l’unico “alimento” in grado di fornire l’energia necessaria alle soventi più di dieci ore di lavoro. D’estate però in quanto durante i rigidissimi inverni di allora si lavorava di meno e poteva anche accadere di essere lasciato a casa anche per due mesi consecutivi. La chiamata alle armi gli interrompe il lavoro e definitivamente l’attività agonistica. Finiti i ben 17 mesi di naja, fatti in gran parte a Vipiteno, e neanche a dirlo, nell’Artiglieria da Montagna Gruppo Vicenza ( Domenico nella classica foto del presentat-arm con i 106 Kg della bocca da fuoco del 105/14) e con incarico di autista, torna a quello che sa fare meglio, il muratore. Ritrova subito impiego nell’impresa Dal Pozzo di Santa Lucia che aveva cantieri in tutta la provincia. E qui consentitemi il consueto excursus. Allora non c’erano contratti scritti o sindacati che tenevano. C’era l’accordo con il padrone ma la parola era parola. Per la retribuzione valevano le usanze, tanto all’ora o al metro cubo. Per i la costruzione dei muri veniva conteggiato anche il vuoto per pieno che veniva escluso solo nel caso superasse i 4 metri quadri. In genere i muri venivano fatti in “saso de Avesa”. Il muro si “tirava su“in due muratori, uno all’esterno ed uno all’interno. Ambedue i lati erano “a faccia vista” (senza intonaco) ma quello esterno era il più importante e doveva esser il più bello (e quella parte toccava sempre a Domenico). Lo spessore del muro doveva essere di 45 cm. e veniva fatto alternando un sasso grosso da una parte ed uno piccolo dall’altra, ogni tanto se ne metteva uno talmente grosso che arrivava da tutte due i lati. In mezzo si riempiva con malta, ghiaia e pezzi di sasso che non mancavano perché per ottenere una perfetta simmetria esterna molti sassi dovevano essere spezzati con un sapiente colpo di “martella”. La “resa” media di un dipendente era di almeno 4 m. cubi al giorno ma Domenico che opportunamente ha sempre scelto di lavorare a cottimo (per diversi anni in coppia con il fratello Luciano) ne faceva sempre più di 10. Ma torniamo alla nostra storia. Raggiunta la stabilità economica Domenico pensa ben presto a metter su famiglia. Nel ’62 sposa Maria Zanon che gli dà Roberta, e Maria Rosa. In tanti anni di lavoro a Domenico, che si è anche specializzato nel posare marmi e scale, non sono mancati modesti infortuni sul lavoro ma è in uno domestico che sfiora, e per ben due volte, la tragedia. Dovete sapere che allora la doccia calda in casa era un lusso che non tutti potevano permettersi e così una sera, dopo aver completato le ultime rifiniture in un appartamento dei Pozzani in Corte Celeste, con il consenso dei proprietari tre operai ”collaudano” il bagno facendovi la doccia. Domenico la fa per ultimo e quando, a causa del monossido di carbonio sprigionato dal malfunzionante scaldabagno, perde i sensi e si accascia esanime sul pavimento nessuno se ne accorge perchè gli altri se ne sono già andati. Domenico deve la vita al cane dei Pozzani che piazzatosi davanti alla porta del bagno prende ad abbaiare furiosamente. Qualcuno si rende conto che qualcosa non va ma il corpo di Domenico impedisce l’apertura della porta. Dato l’allarme dal vicino bar Neghelli accorrono diversi uomini che con non poca fatica aprono la porta e trasportano lo svenuto Domenico (più di un quintale di peso morto) nella più areata sala da pranzo. Interviene prontamente anche il dottor Ciampalini, nel frattempo avvertito. Spalancate porte e finestre e fattagli una puntura tutto sembra risolto. Neanche per sogno. Nella concitazione del momento qualcuno suggerisce di mettere a Domenico una borsa d’acqua calda sul petto. La vicina di casa e amica di famiglia Doràlice provvede subito prendendo dalla sua stufa della bollentissima acqua. La “boul” è sì avvolta in un asciugamano ma una parte ne rimane scoperta e finisce a contatto con la pelle provocandogli una gravissima ustione le cui conseguenze faranno addirittura temere per la sua vita. Per guarire poi dovrà anche sottoporsi per tutta la durata dell’inverno ad una medicazione giornaliera. Nel tempo libero Domenico, dopo aver fatto di sabato e domenica oltre la sua casa anche diverse di quelle di parenti e amici, si ritaglia un po’ di tempo per la caccia. La pratica sin da ragazzo e al contrario del fratello “Nicio” Domenico ha una mira infallibile e cani straordinari tanto che la sua presenza in “squadra” è addirittura contesa. Concludo con la cronaca di uno degli allora tradizionali eventi venatori. Ogni anno, il 4 novembre un folto gruppo di cacciatori “de Poian”, dopo un paio d’ore di caccia, si ritrovava in località Muri di Nogarole Rocca in una casa semidiroccata. Ognuno portava qualcosa da mettere sotto i denti, cito solo alcuni dei partecipanti; oltre ai Biasi “Nicio”, Domenico e Luciano, c’erano “i fradei Tisiano, Vito e Giuliano Meneghel, Paolin Pipeta, el Biondo Ceraico, Berto (Filiberto ) Sgalmarina, Gigi Borasca, Rino Giambri” ed altri tra cui Berto “Soleto” che portava una damigianetta di vino. Poi acceso il fuoco si brustolava la polenta e dopo la colazione si stava fino a sera con salti, giochi e racconti di imprese e per rimanere in tema “a sentir ci le sparaa pi grose”. L’era “el Poian de ‘na olta quando par pasar ‘na bela giornada insieme ai amici se metea volentieri a disposion quel che poco che se podea”
Alla prossima Rico Bresaola

