Solo casualmente chi non lo sa può accorgersi di quel rottame arrugginito seminascosto da foglie d’edera ed accanto alla statuetta d’una Madonna in un incavo di pietre. A ridosso dello scivolo verso le autorimesse d’una palazzina in via Santa Elisabetta 1, a Santa Lucia, infatti, è piazzato da anni un reperto storico del furioso bombardamento aereo effettuato su Verona nella tarda mattinata del 28 gennaio 1944. Si tratta d’una bomba sganciata in zona e che, per un provvidenziale gioco del destino, all’impatto s’è spaccata, aperta senza esplodere.




Pesante e massiccia, è la cruda testimonianza di quanto avvenne in quel tragico giorno. Quando, cioè, 120 tra B-17 Flying Fortress (Fortezze Volanti) e bombardieri medi bimotori dell’USAAF (United States Army Air Force) piombarono sulla città martellandola duramente.
Vennero colpiti impianti, binari, treni e paraggi della stazione di Porta Nuova (obiettivo primario), la cartiera Fedrigoni, la Manifattura Tabacchi, i molini Consolaro oltre a fabbriche, edifici ed abitazioni. Il numero dei morti fu stimato in circa duecento.
Con la stazione fuori uso, il traffico ferroviario trovò movimentazione altrove: da Porta Vescovo verso Venezia, da Sommacampagna per Milano, da Ca’ di David in direzione di Bologna, da Dossobuono con destinazioni Mantova e Rovigo. I viaggiatori in partenza vennero portati alle stazioni di fortuna su autocarri che facevano la spola dall’ex Casa della Gil (Gioventù italiana del littorio), ubicata dove ha ora sede la Camera di commercio, in corso Porta Nuova.
Il residuato bellico, che pretenderebbe considerazione conservativa e non trascurato disinteresse, ebbe il suo momento di… gloria quando venne esposto nella visitatissima mostra di fotografie, documenti, reperti e testimonianze “Bombardamenti a Verona (La città e la gente sotto le bombe delle due Guerre Mondiali del secolo scorso)”, tenutasi dal 22 al 29 settembre 2001 nell’ex chiesa di San Pietro da Verona o Martire (nota come San Giorgeto dei Domenicani), a fianco della basilica di Sant’Anastasia.
Il suo trasporto da via Santa Elisabetta al luogo espositivo fu particolarmente difficoltoso e così pure la ricollocazione al termine dei giorni d’apertura. Da allora la “bomba del miracolo” (quello della sua non esplosione) se ne sta in propizio equilibrio sul muretto, magari sospirando per una qualche valorizzazione anche museale (perché no?)…
Servizio e foto di
Claudio Beccalossi

