Verona, Sala convegni Ater (Azienda territoriale per l’edilizia residenziale), piazza Pozza, 8 marzo 2025 – La presentazione del suo ultimo libro (“Senza eredi. Ritratti di maestri veri, presunti e controversi in un’epoca che li cancella”, Marsilio, Venezia, 2024) è stata il passepartout per sfoderare ancora una volta la sua ammaliante mnemonica di getto.
Marcello Veneziani (Bisceglie, 17 febbraio 1955, giornalista e scrittore) ha intrattenuto con l’abituale e dotto linguaggio d’analisi e narrazione, di scoperta e stimolo, il folto pubblico presente all’evento organizzato dal Centro politico culturale “L’Officina”, con gli interventi in apertura dello stesso leader dell’organismo ed ex senatore di MSI, AN e La Destra, Paolo Danieli, del capogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio comunale, Massimo Mariotti e del saggista, ex docente, editore e studioso del Futurismo, Giovanni Perez.




L’autore ha parlato a braccio sulla sua ultima opera letteraria, allargando il discorso in più campi (attualità in delirio tremens, allarmante sociale, cultura e memoria a rischio cancellazione, inettitudine della politica ecc.).
«Va spiegata la mia preferenza nel raccontare autori e storie che non hanno una ricaduta diretta nella vita politica. In realtà, io ho perso fiducia nella politica e preferisco soffermarmi sul terreno delle idee, delle passioni, della cultura che, però, precede la politica, le dà significato e fondamento. Questo mio profilo letterario di grandi autori e pensatori del passato riguarda profondamente la nostra società perché già il titolo, “Senza eredi”, non implica soltanto la rottura con loro, con le grandi tradizioni spirituali e letterarie di ieri, ma riguarda la nostra società, l’interruzione del rapporto tra le generazioni, quel divario che s’è creato tra padri e figli, concerne tutta una società che ha voltato le spalle all’eredità ed al suo concetto».
«Quindi, è una tematica che coinvolge la nostra condizione di contemporanei e non riguarda solo gli aspetti intellettuale e culturale. Se vogliamo parlare d’una società senza eredi, inevitabilmente il primo riferimento, forse il più smaccato, è proprio rappresentato, in qualche modo, dalla politica, dallo scenario politico non solo nazionale. La fuga in avanti, la voglia di liberarsi e d’emanciparsi continuamente da tradizioni, origini, appartenenze. Mai una rielaborazione critica del passato, un confronto con ciò che c’è stato. Sempre l’idea che noi siamo il nuovo, non abbiamo nulla a che vedere col passato. Non abbiamo più padri, siamo proiettati in questo presente, nell’oggi e, perciò, non c’è nessuna possibilità d’avere qualche legame col passato».
«Pensate all’atto costitutivo dell’Europa, diventato il soggetto politico attorno a cui ruota tutta la questione politica dei nostri tempi. L’Europa è nata con un peccato originale: ha cancellato gli eredi. Quando s’è voluto scrivere una costituzione europea e far riferimento alle radici europee (che sono greche, romane e cristiane, cioè che affondano la loro profonda matrice nel pensiero, nella filosofia, nella visione greci, nella civiltà, nella legge, nell’impero romani, nella civiltà e nel mondo cristiani, nelle sue rappresentazioni cattolica, ortodossa, protestante), quando, dunque, s’è trattato semplicemente di descrivere l’origine dell’Europa, da dove proveniamo, una descrizione e non una professione di fede, cioè dire le nostre radici, l’Europa s’è vergognata, perché s’è vergognata dei propri padri. Il tema che ho cercato di svolgere attraverso la lettura comparata di vari autori ha, in realtà, una valenza civile, sociale e politica moto più vasta di quanto si possa immaginare».
«Paura. Il futuro è visto soltanto come l’epoca in cui finiranno l’umanità, il pianeta, s’altererà il clima, ci saranno un’altra catastrofe mondiale, un’altra pandemia. Il futuro è visto soltanto come il mondo dell’angoscia e non come l’aspettativa progettuale d’un mondo migliore, d’un futuro perfetto. Si deve riflettere sull’anomalia, sulla patologia della nostra epoca che vive completamente immersa nel presente, ma con una frattura duplice a parte ante, a parte post (direbbero gli antichi), cioè con chi ci precede e con chi ci seguirà. Non c’è più rapporto di continuità, né col passato e né col futuro. Ed ogni società parricida, alla fine, è destinata a diventare infanticida, una società che uccide il figlio dopo aver ucciso il padre. Non a caso noi viviamo nella società della denatalità, dello s-boom demografico, una società che non fa più figli, perché ha smesso di pensare ai padri, di pensare alla paternità, alla maternità, alla fecondità delle generazioni che trasmettono il testimone di padre in figlio. Argomento che ho già declinato sotto diverse prospettive, nei miei libri “Di padre in figlio. Elogio della tradizione” e, raccogliendo cento ritratti di altri autori per me fondamentali, “Imperdonabili. Cento ritratti di maestri sconvenienti”, nella certezza che noi non possiamo fare a meno dei nostri maestri».
«Mentre io descrivevo questa società senza eredi sapevo d’essere dall’altra parte, ero ben consapevole che avevo speso tutta la mia vita nella continuità e nella fedeltà creatrice nei confronti dei maestri. Una fedeltà non pedissequa, non automatica, non ripetitiva, ma una fedeltà creatrice, nel senso che è fondata sul pensiero critico. D’uno che si sa anche confrontare con i propri padri, ma che, tuttavia, resta profondamente legato a loro e non può farne a meno. Perché la malattia della nostra epoca è l’egocentrismo cosmico, cioè la convinzione che ciascuno di noi sia autosufficiente, basti a se stesso, noi siamo nati per autocreazione, nessuno ci ha fatto. Il self made man americano è il prototipo, l’archetipo della nostra società. Noi non siamo figli di nessuno. Io, invece, sono orgogliosamente figlio d’una tradizione, figlio di mio padre, figlio dei maestri».
«La malattia dell’individualismo. Cioè, la convinzione che siamo individui e non siamo, invece, inseriti in una società, tanto meno in una comunità. Siamo solo individui. Di conseguenza non dobbiamo a nessuno il nostro essere al mondo. Una società individualista è una società che ritiene di poter fare a meno di tutto ciò che è stato elaborato dalle esperienze, dalla tradizione, dagli autori del passato. Perché riteniamo, appunto, d’essere autosufficienti. Dall’altra parte (e fa pendant a questa visione individualistica della nostra società) c’è il culto assoluto, feticistico del presente. Noi crediamo che l’unica realtà vera per l’uomo sia il presente. E, anzi, noi sappiamo che uno dei tratti costitutivi dell’umanità è quella di far parte di più mondi: del passato, delle nostre origini, della nostra tradizione, da cui proveniamo, anche dei nostri ricordi, anche personali, affettivi, verso le persone che non ci sono più, dei nostri più cari».
«Siamo abitanti del futuro perché viviamo nell’aspettativa, nel progetto, proiettati continuamente in ciò che accadrà. L’uomo si caratterizza non solo per il senso del presente, ma per questo riconoscimento e, insieme, riconoscenza, nei confronti del passato. Per l’apertura al futuro, per il senso del mitico e del favoloso in noi, figli d’una grande tradizione (letteraria, artistica, di grandi creativi) che rappresenta quella necessità d’un mondo superiore fondato sull’elaborazione mitica d’appartenenza. E, assieme al senso del mito e del favoloso della vita, al senso del passato ed al senso del futuro, coltiviamo anche il senso dell’eterno. E proprio perché siamo creature di passaggio, morenti, portati inevitabilmente a chiudere la propria parabola terrena, sentiamo il bisogno di legarci a qualcosa che non tramonti, al senso dell’eternità. Ed allora l’anima umana non ha semplicemente legame con la vita presente, ha costitutivamente il bisogno, dentro di sé, di ricordarsi di sperare, di guardare oltre l’orizzonte della realtà attraverso il mito e di guardare oltre l’orizzonte della nostra fine, in una visione dell’eterno. Questa è la prospettiva umana. E, invece, noi ci troviamo ridotti a questa piccola dimensione individualistica, ad una dimensione del presente. Senza altra apertura».
«La prima grande frattura prese il nome da un codice numerico, il 68. Nel 1968 ci fu la prima rivolta contro i padri, contro gli autori. Si trattò del primo tentativo di liberarsi di tutto ciò che apparteneva alla tradizione, all’autorevolezza, all’autorità e che costituiva, in qualche modo, la paternità d’un popolo. Il filosofo Giovanni Gentile chiamava la tradizione “la paternità d’un popolo”. Questo è il senso della perdita che noi avvertiamo nella nostra epoca. Possiamo dire che quello (il 1968) sia stato un anno importante e significativo, ma, poi, possiamo aggiungere altri tasselli. Uno in particolare: da quando è insorto questo nuovo catechismo che è l’ideologia woke, noi ci troviamo immersi in una società che non vuole più fare i conti con la realtà del passato e lo affronta con cancellazioni, rimozioni, statue abbattute, tentativi di chiusura anche di tradizioni toponomastiche che abbiamo. Basta con la via dedicata a quell’uomo che una volta ha detto male delle donne, una volta ha criticato gli omosessuali, una volta ha rappresentato la fede cristiana in rottura col mondo ecc.».
«La cultura woke ha espresso, in modo particolare, l’ideologia cancel culture che viene tradotta in modo bestiale come cultura della cancellazione. Ma si può pensare che una cultura possa fondarsi sulla cancellazione? Semmai nella barbarie della cancellazione. Allora, sarebbe meglio definirla non cultura della cancellazione ma cancellazione della cultura. La cancellazione della cultura è stata il braccio armato di questa visione della società che fa a meno dei maestri, perché questi rappresentano altre culture. Dante non va citato perché dice delle frasi che oggi sono ostili rispetto al politically correct della nostra epoca, perché sono in rottura con l’ideologia woke, perché affronta un altro modo di vedere. Quando, invece, noi sappiamo che, a prescindere dalle convinzioni personali, il primo atto importante per noi, nella memoria storica, è quello di riconoscere la diversità delle cose. Se noi vogliamo studiare la storia lo facciamo perché è lo scenario della diversità, perché sono mondi diversi, epoche diverse. Per questo dobbiamo tutelare la diversità delle epoche passate, cercare, in qualche modo, di capirla, comprenderla. Poi, la possiamo anche rapportare, paragonare ad altri periodi e, perfino, all’epoca presente, Ma non possiamo ridurre la storia dell’umanità alla storia degli ultimi decenni od alla vita sociale e civile della nostra epoca. Veniamo da molto lontano e abbiamo necessità di sentire il valore della lontananza. Perché dobbiamo ridurre tutte le epoche storiche alla piccineria del presente?»
«La cancellazione delle prospettive lungimiranti è proprio la malattia della politica presente. Il tentativo di trovare un respiro più ampio, di guardare più in fondo, in alto, indietro, avanti, fa parte, in qualche modo, d’una riapertura nei confronti della nostra dimensione. Ed allora, perché ho voluto scrivere questo libro? Il primo motivo non è polemico. È il piacere di tornare a leggere ed interpretare alcune visioni di autori. Ed è una soddisfazione che vorrei trasmettere al lettore. Infatti, il mio scopo principale, lo amo dire, è altruistico. Non è tanto il farsi leggere quanto quello d’esortare, stimolare alla lettura di quegli autori. Non di tutti, ovviamente, ognuno sceglierà quelli che reputerà più consoni. Sono autori di epoche diverse, pensatori, narratori, letterati, poeti, qualche giornalista, scienziato, figure diverse anche come caratura. La mancanza degli eredi e, soprattutto, la cancellazione dei maestri porta con disperazione a dire che è meglio avere cattivi maestri che non averli. E, infatti, traccio alcuni di questi cattivi maestri, ne parlo criticamente perché mi portano in strade che io rifiuto, contesto, che cerco di contrastare in tutti i modi, ma, perlomeno, erano tentativi di dare una prospettiva».
«Oggi, chi c’è al posto dei cattivi maestri? Ci sono gli influencers che non portano diverse immagini del futuro, non progettano un’altra società. Invitano soltanto ai consumi, orientano i gusti, le mode, vogliono vendere pandori, vogliono soltanto fare questo. L’influencer è peggio del cattivo maestro. Il cattivo maestro è, comunque, qualcuno che s’è caricato una responsabilità, quella di voler guidare altre persone sulla strada, diciamo così, d’una società migliore. Mentre il non maestro, l’influencer, è soltanto uno che vuole vendere gusti, consumi, dirci ciò che è trendy, che fa tendenza, che è fondato sulla quantità, sui consumi, su tutto ciò che appartiene alla meschinità di questo mondo».
«Ritrovare i maestri, allora. Chi sono i maestri? Non sono soltanto quelli che ci danno il piacere d’essere letti, perché uno può avere anche un gusto nella lettura ma poi non ne ricava niente. Il maestro è colui che ci lascia un segno. Infatti, li chiamano insegnanti perché sono coloro che ci lasciano un segno. Maestro è colui che ci trasforma, che dopo aver letto sue pagine ci fa cambiare il modo di vedere, di pensare, forse anche d’agire. Hanno una precisa implicazione nella nostra vita pratica. Il fatto curioso dei maestri è che non c’insegnano una cosa che per noi è estranea, ma tirano fuori quello che già avevamo dentro. Il vero maestro è una levatrice, è chi ci estrapola una verità, un sentimento, un’eredità, una percezione interiore che era ancora ad uno stato marginale, fluido, non ancora formato. Il maestro ci dà la consapevolezza d’una sensibilità già presente in noi, trasforma una potenza in atto (per dirla con Aristotele), una nostra virtualità in una realtà, la virtualità che diventa virtù, cioè fatto pratico».
«Nel mio libro parlo anche di Federico Faggin (Vicenza, 1° dicembre 1941, fisico, inventore ed imprenditore naturalizzato statunitense, n.d.r.). Non solo perché è uno dei miti viventi, contemporanei, un grande inventore di touch screen, di microchip, dei microprocessori, una grande figura. Ma anche perché Federico è uno scienziato figlio d’un filosofo, Giuseppe Faggin (Isola Vicentina, 20 ottobre 1906 – 23 settembre 1995, filosofo, storico della filosofia ed insegnante, n.d.r.), studioso platonico, spiritualista, traduttore delle “Enneadi” di Plotino. Era considerato uno dei punti di rapporto di quegli autori e studiosi che si collegano alla tradizione del passato. Suo figlio, dando un dolore a suo padre, studiò da perito industriale e lui si sentì tradito, perché avrebbe voluto che suo figlio seguisse studi classici. Federico, invece, anche per quella naturale ribellione dei figli nei confronti dei padri, decise di percorrere un’altra strada. Si laureò in Fisica, andò negli Stati Uniti, fece ricerca, importanti scoperte ed invenzioni che lo portarono a quei risultati che sappiamo, partendo da una visione scientifica, materialista, positivista completamente lontana dagli orizzonti del padre. Ma, al termine di questa sua parabola, nelle sue ultime opere, Faggin ha compreso, infine, che anche la fisica quantica (la nuova scienza, il conquistato con le ultime scoperte scientifiche e fisiche) conferma il sapere tradizionale dei grandi maestri del passato. Cioè, sancisce ciò che dicevano Platone, Aristotele, Plotino».
«Quando ho letto uno di questi libri di Federico Faggin mi sono commosso perché citava Plotino, cioè l’autore di suo padre. Era tornato al padre, dopo un giro che aveva fatto lungo l’universo della scienza, l’universo fisico. Era tornato al padre ed ai padri, cioè alla filosofia di Platone, Plotino, dei grandi maestri della tradizione, di coloro che avevano in qualche modo dato un’impronta alla nostra civiltà. Ed è bello pensare che le teorie scientifiche dello stesso Faggin, che in qualche modo utilizza nelle scoperte delle sue ricerche, sono in ogni caso la conferma sperimentale di quelle intuizioni del sapere antico. Tutto è connesso, dicono quanti parlano dell’universo relazionale dei quanti. Questo mi sembra un fatto estremamente significativo».
«Il senso del mio libro è quello di ritrovare in ambiti diversi (filosofico, letterario, storico, scientifico) la conferma di questo grande percorso. È la ragione fondamentale per cui cerco di denunciare il pericolo d’una società senza eredi, perché una società così, alla fine, a chi lascia tutto? Lo lascia all’intelligenza artificiale, perché noi crediamo di poterci scrollare dal nostro sapere, perché abbiamo una nuvola in cui ci sono tutti i nostri dati, un magazzino di informazioni, del sapere universale. E quando noi pratichiamo la nostra militante ignoranza, quando non sappiamo una cosa, basta uno smartphone, andiamo a vedere e, grazie all’intelligenza artificiale ed ai suoi parenti stretti, riusciamo a sapere quello che non sappiamo».
«Abbiamo questo ed allora superato il problema? È diversa l’informazione utile, preziosa che può dare la tecnologia rispetto alla formazione che dà invece il sapere umanistico, la cultura, il rapporto con i padri. Perché uno è un sapere liofilizzato, l’altro è un frutto raccolto direttamente dalla pianta. C’è differenza tra un prodotto liofilizzato da mangiare che può andare bene quando si è un morto di fame, quando non si hanno alternative. Ma se c’è un’alternativa, se si può attingere ai frutti della campagna, alla realtà, al miracolo della natura, perché ci si deve accontentare dell’artificiale? L’artificiale è un supporto prezioso ma non può essere sostitutivo nei confronti del sapere».
«Un compito è quello di mettere in salvo il sapere che, altrimenti, viene cancellato, come al tempo in cui i benedettini salvarono la cultura antica, quando gli amanuensi riuscirono a salvare opere che non sarebbero sopravvissute. Noi dobbiamo avere la responsabilità di salvare questo sapere che rischia, nell’arco di pochi anni, d’essere cancellato. E noi non ce ne accorgiamo, perché, atrofizzando le nostre menti, non siamo più in grado di capire cosa accadrà. Salvare è uno dei compiti principali ed un altro è quello di mettere al mondo un nuovo pensiero, non soltanto preservare il pensiero dei nostri padri».
«Creare un nuovo pensiero. Io preferisco chiamarlo pensiero neonato, perché il nuovo pensiero può dare l’idea d’un qualcosa che non deve nulla al passato, un pensiero inedito formato dal niente che rappresenta, in qualche modo, la nostra originalità. Il neonato, invece, è una creatura novella ma pure antica, perché fusione anche di eredità e d’una lunga tradizione che rivive attraverso una nuova esperienza. Quindi, il pensiero neonato è freschissimo ed antichissimo al tempo stesso. Noi abbiamo bisogno di ripensare il nuovo attraverso la teoria del neonato, l’idea della nascita, della natività, un nuovo rinascimento, se così possiamo dire, un nuovo sorgimento (un tempo chiamato risorgimento). Sono questi i due pensieri che ci accompagnano: il pensiero neonato da una parte e dall’altra mettere in salvo il pensiero dei nostri maestri, dei nostri padri».
«Aggiungo un esempio plastico di cosa intendo quando parlo d’una società che ha vivo il senso dell’eredità. Credo che sia il più rappresentativo. Invito semplicemente ad andare a vedere la statua di Enea, il padre Anchise ed il figlio Ascanio di Gian Lorenzo Bernini (presso la Galleria Borghese, a Roma, n.d.r.) perché è la sintesi di tutto ciò che affermo. Enea lascia Troia in fiamme, avrebbe potuto pensare a mettere in salvo solo lui, invece carica sulle sue spalle il vecchio padre Anchise che è riluttante e dice “mettiti in salvo, io sono vecchio e sono negli ultimi giorni della mia vita”. Ma Enea si rende conto che non sta solo mettendo in salvo un uomo vecchio, sta portando al sicuro suo padre, l’eredità, l’idea di continuità. Il padre raccoglie il simulacro dei Penati (per gli antichi romani, divinità protettrici della casa, della famiglia, dei viveri di riserva, dello Stato, n.d.r.) e lo stringe tra le mani perché simbolo dei propri avi, padri, maestri».
«Viviamo in un’epoca fondata sul primato di tutto ciò che è virtuale, immaginario, irreale, contro natura. Prima o poi insorge la realtà, in un modo o nell’altro. E questa è una prima considerazione che dobbiamo fare. Non si può vivere sempre allontanandosi dai fatti. Prima o poi la realtà reclamerà i suoi diritti. E questa è una prima considerazione. La seconda, strettamente legata alla prima, è che la storia ci ha abituato all’imprevedibilità degli eventi, non dobbiamo mai dare per scontato il cammino della storia. Non è una strada a senso unico di cui già si conosce la destinazione. Il futuro della storia ha le variabili più impensate. Menziono dall’attualità: avremmo mai pensato, qualche anno fa, alla presenza d’una variabile (che possiamo giudicare come vogliamo) chiamata Trump? Che scompagina, in qualche modo, il quadro internazionale? Una variabile che scompiglia filoamericani od antiamericani di vocazione e rimette in gioco molte cose? È un caso d’impensabile con cui dobbiamo fare i conti».
«Mettiamo insieme il richiamo della realtà e l’imprevedibilità della storia. Aggiungiamo a questi due fattori la presenza o la mano degli dèi. Dico dèi nell’accezione più neutra, potrei definirli, forse meglio, come “mano della Provvidenza” od in un altro modo. Ma non va rifiutata l’idea che possa avvenire qualcosa che è al di fuori delle nostre umane considerazioni. Uniamo, allora, l’imprevedibilità della storia, la forza della natura che reclama il ritorno alla realtà e questa sorta d’irruzione di fattori straordinari che non riusciamo a spiegare, a governare ma che, tuttavia, hanno sempre rappresentato un punto di riferimento. Questo non per dire che dobbiamo stare con le mani in mano ed aspettare la realtà, l‘imprevedibile, il miracolo, con l’idea d’essere comunque destinati alla sconfitta, all’irreparabile naufragio dell’umanità. Sono possibili vari finali. Noi, intanto, siamo dentro la storia, non abbiamo la capacità e la veggenza di leggere i titoli di coda. Viviamo la storia e facciamo la nostra parte fino in fondo».


L’opinione cercata di Marcello Veneziani riguardo al claudicante presente dell’Unione europea. Considerata da molti “un’entità sempre più astratta, lontana dai popoli ed ormai guerrafondaia con sfacciata arroganza unilaterale, improntata, oggi come oggi, al dotarsi di armamenti (con spese folli a danno del welfare) di fronte a ventilate minacce russe, più psicopatiche che reali”…
– Lei ha parlato dell’Unione europea che, sotto certi punti di vista, ha tradito i suoi valori. Come possiamo considerarla ora, al bivio con queste gravi crisi?
«La situazione attuale dell’Unione europea è frutto d’una carenza originaria. Noi non abbiamo la percezione di cosa sia realmente l’Europa e, di conseguenza, abbiamo questa unione che spande rispetto alla realtà, che ha perso il senso della propria visione del mondo, d’una strategia. Diciamo che è un po’ la malattia originaria. Tutto ciò che succede dopo è il risultato di questa mancanza che era già in partenza. Ma l’analisi sarebbe più complessa…»
– Nello specifico, cosa dovrebbe fare l’Unione europea? Rinnovarsi?
«Dovrebbe tentare una rifondazione. Magari con l’elezione diretta della presidenza, dare luogo ad una rinascita culturale, ritrovare le proprie radici, rimetterle in una Costituzione che sia la carta d’identità dell’Europa. Insomma, dovrebbe rifondarsi, ripartire da capo».
– L’Unione europea può essere un ostacolo alla pace, portare verso la guerra?
«Attualmente l’Europa non riesce ad essere significativa. Di conseguenza non ha una funzione positiva, sia per avviare un processo di pace e sia per stabilire un nuovo riequilibrio a livello internazionale. Perché non ha la forza d’imporre, diciamo, una sua visione e nemmeno la capacità d’accelerare una discussione a livello internazionale. Ha una carenza non solo militare ma, direi, anche strategica e diplomatica».



Servizio, foto e video di
Claudio Beccalossi
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