Ci eravamo lasciati lo scorso 11 dicembre con alcuni interrogativi riguardanti le riunioni di fine 2018 delle principali Banche Centrali. Alcune risposte, anche se non totalmente gradite ai mercati, sono arrivate.
Mario Draghi ha confermato la decisione di terminare il Quantitative Easing con fine 2018. Gli acquisti di bond pubblici (e assimilati) continueranno, però, ancora nel nuovo anno, e questo attraverso il reinvestimento dei soli titoli in scadenza (comprati, quindi, in precedenza). Queste sottoscrizioni proseguiranno fino a quando la BCE lo riterrà necessario. La politica monetaria rimarrà, cioè, “accomodante” per un lungo periodo di tempo. Anche un eventuale aumento dei tassi avverrà, forse, non prima di settembre 2019. Delusione, invece, per chi si aspettava un annuncio di una nuova operazione di TLTRO (sul Targeted long term rifinancing operation si veda quanto qui scritto l’11 dicembre). L’argomento, seppur discusso durante il meeting, sarà valutato nelle prossime sedute. I rischi crescenti sulle prospettive economiche globali hanno spinto la BCE a rivalutare al ribasso le stime dello sviluppo dell’Eurozona per il 2018 (a +1,9% dal +2,0%) e 2019 (+1,7%, anziché +1,8%). Le previsioni sull’inflazione hanno, invece, subito marginali modifiche, rimanendo sempre leggermente al di sotto del livello obiettivo del 2%.
La FED ha aumentato per la quarta volta nel 2018 i tassi di riferimento, portandoli nel range 2,25%-2,50% (da 2,00%-2,25%). Due ulteriori incrementi (e non più tre) sono, invece, previsti e comunicati per il prossimo anno. Gli operatori speravano in una Banca Centrale Americana più “soft”, e in molti avevano già puntato su un solo intervento per il 2019. Powell ha tagliato anche le stime di crescita dell’economia. Sono passate al +3% per il 2018 (dal 3,1%) e al 2,3% per il 2019 (dal 2,5%).
Risolta, almeno per il momento, la tensione tra Commissione Europea e Italia sulla legge di bilancio (con un compromesso tra le parti), rimangono in piedi ancora numerosi fattori di nervosismo per gli Istituti Centrali e i mercati. In particolare, sono inalterati i pericoli legati alla guerra commerciale tra USA e Cina e alla difficile “non” conclusione della trattativa sulla Brexit nel Regno Unito. A questi fattori si sono aggiunti, poi, i nuovi problemi di tenuta del sistema sociale in Francia (gilets jaunes) e lo shutdown USA, ossia il parziale blocco delle attività amministrative e governative americane per la mancata approvazione del budget federale. Il contrasto è collegato alle note ostilità tra il presidente Trump e i democratici per lo stanziamento di soldi per la costruzione del muro anti-migranti al confine con il Messico (in tutto sei miliardi di dollari).
Nonostante tutto questo, il cambio euro dollaro si è mantenuto all’interno del range 1,13 – 1,145, dove è compresso da più di un mese.
di Matteo Peretti

