Lo scorso 26 aprile si è tenuta la terza riunione del 2018 della Banca Centrale Europea. Nessuna particolare novità era attesa per questo incontro, e così è andata.Il comunicato ufficiale e la forward guidance non hanno portato, infatti, alcuna variazione a quanto detto e riportato nelle scorse riunioni della BCE(vedasi quanto qui scritto il 15 marzo scorso). Il livello dei tassi di interesse rimarrà invariato ancora per un periodo prolungato di tempo, e, come più volte già sottolineato dal board della Banca Centrale, oltre la fine del QE, quindi sino a inizio 2019, almeno. Qualche segnale di rallentamento dello sviluppo economico in area euro(leggasi alcuni indici di fiducia in calo, stop alla crescita della produzione industriale e ridimensionamento delle vendite al dettaglio) è stato segnalato nel primo trimestre 2018, ma, per ora, tutto è stato ricondotto dalla BCE a fattori temporanei. I vertici di Francoforte, comunque, valuteranno con attenzione ogninuovo dato. Di conseguenza, al momento,non è opportuno, secondo Draghi, modificare il plafond di politiche monetarie espansive in atto. L’inflazione, poi, a conferma di quanto detto sopra, e a sostegno delle parole del governatore, non dovrebbe far registrare tensioni a breve termine. La crescita dei prezzi dell’eurozona è attesa in area 1,5% per i prossimi mesi. Nessuna notizia è, infine, trapelata circa possibili modalità e tempi per l’uscita da quello che rimane del QE. Saranno, quindi, decisive le prossime riunioni della Banca Centrale (14 giugno o 26 luglio) che, certamente, affronteranno il tema che sembranon essere stato oggetto di discussione in questo meeting.
L’eur/usd, subito dopo la riunione di Francoforte, ha accelerato il processo di calo del cambio in atto da un paio di settimane. Il rapporto, inizialmente di poco sopra 1,22, è sceso fino a 1,20 per poi tornare a 1,21 e infine ridiscendere a 1,20. Su questi movimenti hanno pesato, però, è giusto segnalarlo, anche i recenti aumenti dei rendimenti dei titoli di stato decennali USA, saliti in pochi giorni sino al 3% (rendimenti USA in crescita portano a rivalutare il dollaro e svalutare l’euro). Le aspettative su prossimi aumenti di tassi americani (cfr ns pezzo del 27 marzo),e sulla crescita dei prezzi oltreoceano, sono le principali cause di questa impennata dei rendimenti dell’area dollaro.
Le borse post-BCEhanno segnato chiusure positive.
Matteo Peretti

