“BCE: LA QUIETE PRIMA DELLA TEMPESTA?” avevamo intitolato il pezzo del 3 maggio dedicato alla riunione dellaBanca Centrale Europea del 26 aprile, e mai titolo sembrava tanto azzeccato. A inizio mese erano bastate, infatti, poche parole dei “falchi” Weidmann e Knot e della “colomba” Praet (rispettivamente governatore della Bundesbank, presidente della De Nederlandsche Bank, e capo economista della BCE)a scuotere i mercati, e specialmente quelli dei paesi cosiddetti periferici. I tre avevano sostenuto che era imminente l’annuncio da parte dell’Eurotower, già nel meeting del 14 giugno, della definizione della exit strategy dal Quantitative Easing (si veda sul QE anche quanto qui scritto il 26 settembre e 30 ottobre 2017).
Ma è andata così? Le anticipazioni di Weidmann, Knot e Praet si sono rivelate fondate? Qual è stato il reale contenuto della riunione della Banca Centrale Europea tenutasi il 14 giugno?
La BCE ha, effettivamente, annunciato la fine del programma di sottoscrizione di titoli di stato e assimilati, il Quantitative Easing, per il mese di dicembre di quest’anno. Il QE continuerà, però, sino al mese di settembre al ritmo di trenta miliardi di acquisti di bond al mese, per poi passare a quindici per ottobre, novembre e dicembre. L’inflazione, a giustificazione delle scelte intraprese, ha, infatti, compiuto significativi progressi, portandosi, nelle stime 2018, al 1,7% (dal 1,4% previsto), vicino, quindi, all’obiettivo del 2%.
E’ arrivata, quindi, la temuta tempesta?
In realtà, a tranquillizzare gli operatori, ci ha pensato, come sempre, l’arte oratoria del presidente dell’Istituto di Francoforte. Draghi ha confermato che la BCE continuerà a reinvestire, per tutto il tempo necessario per garantire liquidità al mercato, gli introiti derivanti dal rimborso degli strumenti finanziari che andranno via via in scadenza ogni mese (ossia i titoli acquistati tramite il QE negli anni precedenti). La banca centralenon attuerà, quindi, nessuna politica di “dimagrimento” del suo bilancio. Il governatore ha continuato, poi, annunciando che nessun intervento verrà effettuato sull’attuale livello dei tassi di interesse sino all’estate 2019 (i rumors parlavano di un primo ritocco già nel primo semestre dell’anno prossimo). Infine, ha confermato che l’Eurotower potrà rivedere in ogni momento le proprie decisioni per stimolare ulteriormente la ripresa, se necessario. L’impressione è, quindi, che Draghi abbia vinto, ancora una volta, la sua battaglia imbrigliando i “falchi”. La tempesta è, forse, scongiurata.
L’euro ha reagito immediatamente alle parole “accomodanti” del governatore indebolendosi rispetto al dollaro (il cambio è passato da 1,18 a 1,16). A dare impulso alla valuta americana ci ha pensato, però, anche la FED. Nella riunione del 13 giugno, il presidente Powell ha alzato sia le stime dell’inflazione, che della crescita economica statunitense per il 2018, prospettando, in parallelo, ancheun’accelerazione nel processo di aumento dei tassi di interesse sino al livello del 2,50% per l’anno in corso (i ben informati puntavano, al massimo, al 2,25%).
Le borse post-BCEhanno segnato chiusure positive. Nei giorni successivi, però, si sono nuovamente indebolite. Molte nuvole rimangono, infatti, all’orizzonte, e legate principalmente alle politiche protezionistiche inaugurate dall’amministrazione Trump e dai rischi di rallentamento economico a esse collegate.
Matteo Peretti

