Nulla di nuovo è emerso dalla riunione del 24 gennaio della Banca Centrale Europea. Come ampiamente scontato, la politica monetaria della zona Euro (tassi invariati sino all’estate 2019) è rimasta immutata. Ancora delusi gli addetti ai lavori che si aspettavano in questa riunione qualche decisione in materia di TLTRO (si veda quanto qui scritto l’undici dicembre in “Banche Centrali: regali sotto l’albero?”). Il tema, seppur citato nella conferenza stampa del Presidente Draghi, è stato in pratica tralasciato e rinviato alle successive sessioni. Argomento principe del meeting è stato l’andamento dell’economia. L’Eurotower, pur considerando come poco probabile una nuova recessione in Europa, ha preso atto, con crescente preoccupazione, del rischio di ulteriori rallentamenti della crescita. L’infinita trattativa sul tema Brexit, e le difficoltà dell’industria automobilistica tedesca, sono state citate come fattori di pericolo “interni”; il rallentamento dell’economia cinese (che ha inevitabili ripercussioni sul nostro export) e la guerra commerciale USA–Cina sono, invece, i temi critici esogeni.
In estrema sintesi: nuvoloni all’orizzonte, prepararsi con l’ombrello!
La Federal Reserve, invece, ha spiazzato gli operatori con un atteggiamento decisamente accomodante e, per certi aspetti, sorprendente, se paragonato a quanto dichiarato in dicembre. Il Governatore Powell ha confermato, com’era previsto, i tassi di interesse sull’attuale livello, ma ha annunciato l’inizio di un lungo periodo di pausa nel percorso, in precedenza tracciato, degli aumenti del prezzo del denaro (si legga “Banche Centrali/2: regali sotto l’albero?” del 27 dicembre). Il FOMC ha, quindi, sconfessato se stesso. I rialzi del Federal Funds Rate ci saranno solo se le condizioni del sistema economico li renderanno possibili. Il range corrente (2,00% – 2,25%) è stato giudicato adeguato. Un’inaspettata apertura è arrivata, poi, persino sul tema della dimensione dell’attivo del bilancio della FED. La Banca Centrale sta, di fatto, valutando se rivedere il piano di riduzione dello stock di titoli detenuti a suo tempo impostato (cfr. “FED: cronache di movimenti autunnali” del 3 ottobre 2017).
In sintesi: possibili nuvole in lontananza, impermeabile già a portata di mano!
Il cambio euro/dollaro è sceso sino a quota 1,13 dopo le parole cariche di preoccupazioni di Draghi, salvo, poi, recuperare il livello 1,14, con massimo a 1,15 post-riunione “super-conciliante” della Banca Centrale Americana.
di Matteo Peretti

