Da qualche mese il termine “spread” è sparito dalle prime pagine dei giornali e, al momento, tutti i problemi a esso collegati sembrano passati in secondo piano. Cos’è, però, questo incubo che ha terrorizzato (e, forse, terrorizzerà) un paese intero per mesi e anni?
Ogni Stato raccoglie le risorse per far fronte alla propria spesa pubblica (pensioni, stipendi di dipendenti, servizi, infrastrutture, sussidi e contributi a famiglie e imprese, ecc.) attraverso imposte e tasse. Se, però, le entrate non sono sufficienti a coprire le uscite, si viene a generare un disavanzo di bilancio, detto anche deficit. Per coprire e finanziare tale differenza, un Governo, in genere attraverso il Ministero del Tesoro, emette delle obbligazioni, i titoli si Stato, che vengono poste in vendita e sottoscritte da vari soggetti. Gli acquirenti di tali assets (in Italia BOT, BTP e CCT) sono, in genere, privati cittadini, banche, assicurazioni, fondi nazionali, ma anche istituzioni finanziarie estere. In zona Euro, poi, una quota rilevante è detenuta anche dalle Banche Centrali nell’ambito del programma del QE (cfr. https://ilgiornaledeiveronesi.it/the-bear-of-wall-street/). Questi strumenti finanziari, di varia durata, garantiscono agli investitori un interesse periodico (predefinito o variabile) e il rimborso del capitale a scadenza.
Uno Stato, quindi, per finanziare parte della propria spesa pubblica deve ricorrere al mercato dei capitali, dove hanno molto peso istituti più o meno attenti all’affidabilità e alla stabilità del paese e del governo che “stampa” i bond pubblici. Se un emittente è giudicato da questi come a basso rischio di fallimento, quindi solvibile, pagherà bassi rendimenti agli acquirenti. Al contrario, se chi vende titoli è considerato ad alto rischio di default, dovrà pagare interessi elevati.
La differenza tra la remunerazione dell’asset considerato come il più sicuro dagli operatori finanziari e un secondo di caratteristiche analoghe, ma di altro emittente, è detto “spread”. Il differenziale (spread) oggetto, negli scorsi mesi, di analisi giornalistiche, trasmissioni tv e approfondimenti era quello tra i Bund tedeschi a dieci anni e i nostri BTP di pari durata. Nel parlare quotidiano il termine è, di fatto, diventato il margine descritto sopra. Per molti operatori (e non senza molte semplificazioni) questo indicatore è diventato sinonimo, poi, della salute del nostro belpaese. Uno spread contenuto fa intendere un’economia in crescita e alta credibilità internazionale. Un divario elevato, al contrario, implica un rischio-paese rilevante.
In realtà, il termine, che altro non significa se non “scarto”, è utilizzabile anche in differenti contesti, per definire la differenza tra due prezzi (ad esempio), o, anche, come componente del tasso di interesse pagato su un mutuo (tipicamente irs/euribor + spread). Il valore è espresso in punti base e non in percentuale, cioè, la differenza tra il 3,0% e il 2,0% è 100, e non l’1,0%.
Nei prossimi giorni, tempo ed editore permettendo, si tenterà di capire chi decide che un emittente è più, o meno, rischioso, e che conseguenze ha un elevato tasso di interesse pagato sui bond pubblici sull’economia reale.
di Matteo Peretti

