Castel d’Azzano – Poco prima del funesto civico 29, in via San Martino, lungo la fila di case, un semplice ma suggestivo insieme architettonico, purtroppo nel degrado, ospita un’edicola con una raffigurazione mariana che pare sorridere rivolta al vicino luogo della tragedia accaduta. Forse per consolare, forse per benedire, forse per accogliere. Nell’eterno…

Tante persone, del posto o meno, commosse o semplicemente curiose, sostano davanti al già prima precario casolare saltato in aria alle ore 3 circa del 14 ottobre scorso, su attivazione d’una molotov (ordigno incendiario a corto raggio) nel rustico a due piani saturo di gas da varie bombole. Sembra sia stata accertata la responsabilità di Maria Luisa Ramponi (abitante in quell’ambito, da tempo senza più servizi essenziali allacciati, assieme ai fratelli Franco e Dino) nell’attivare l’esplosione, in folle risposta ad un mandato di perquisizione che stavano eseguendo i carabinieri. Lo scoppio ha purtroppo provocato, com’è ampiamente risaputo, la morte dei carabinieri Davide Bernardello, Valerio Daprà e Marco Piffari, oltre a 27 feriti, nella maggioranza dimessi nello stesso giorno dopo le cure in ospedale.




Da “luogo della strage” (“Strage di Castel d’Azzano”, già presente in Wikipedia) a “luogo della memoria”.
Molta della gente che si ferma, anche facendosi il segno della croce, depone sull’asfalto, adiacente alle transenne che si frappongono tra la strada e l’area in rovina (con resti coperti da teloni), mazzi e vasi di fiori, lumini, messaggi scritti a mano (alcuni rovinati dall’umidità) per esprimere gratitudine al sacrificio di caduti e feriti.








Parole toccanti…
“Grazie. Per il sacrificio ultimo. Grazie alle famiglie che lo hanno subito. Vi dobbiamo molto forse la vita. Grazie ai sopravvissuti, forze dell’ordine e non, che dovranno convivere con ciò che è successo. Sulla pelle. Negli occhi. Nel cuore. Grazie a tutti”.
“Con immenso rispetto e tanto orgoglio. Grazie”.
“Una grande preghiera, un grazie, un forte abbraccio a tutti i carabinieri, forze dell’ordine, militari, vigili del fuoco, medici, sanitari, Suem”.
Sul lato esterno della barriera di sicurezza (che salvaguarda da intrusioni negli spazi interni, sottoposti a sequestro penale ex art. 354 c. p. p., come ammoniscono vari avvisi affissi dalla Stazione di Castel d’Azzano della Legione Carabinieri “Veneto”) sono state apposte tre bandiere d’Italia, con un “grazie” dedicato ad ognuno dei tre periti in divisa. Le prime indiscrezioni sulle autopsie disposte sui cadaveri di Bernardello, Daprà e Piffari hanno ritenuto trattarsi di decessi per schiacciamento sotto le macerie dell’abituro.


Ma non solo fiori e memoria, ora, per un dramma del dovere che, forse, avrebbe potuto essere evitato (stando ad alcune illazioni a freddo).







Ciò che risulta curioso, infatti, è l’aver rinvenuto sull’erba secca antistante la recinzione, a pochi metri dai segni tangibili del cordoglio pubblico, dei fogli dattiloscritti (con parti a brandelli o bruciacchiati) che, in veloce lettura, potrebbero essere un vecchio documento od atto notarile (con riferimenti a somme in lire) dove viene menzionato “il signor Franco Ramponi”, uno dei tre fratelli arrestati (lui e Dino separati nel carcere di Montorio, la sorella Maria Luisa ancora ricoverata nell’ospedale di Borgo Trento per le gravi ustioni subite nella deflagrazione).



È ovvio porsi interrogativi: da chi e perché sono state gettate quelle carte proprio a ridosso del casale dei Ramponi? E per quale motivo l’anonimo le ha solo parzialmente strappate e bruciate, preservandole comunque (forse volutamente) per essere leggibili e ritrovabili? Cos’ha voluto dimostrare?
Servizio e foto di
Claudio Beccalossi
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