Cari amici e care amiche, questa volta è la storia di una donna a riportarci nella “Vilafranca de ‘na olta ed è quella di Italina “la boteghera de la Pozza de’ Roschi”. Eugenia Italina Jussa, classe 1931, è la prima delle tre figlie di Ermanno ed Emma Rinaldi, a lei seguiranno Adriana ed Elettra. Il papà Ermanno, di chiara origine friulana, ha preso casa ed officina “en Caodila de Contrà de Sora”, (nella corte adiacente a quella dove oggi c’è il forno Ceriani) ed è lì che Italina nasce e trascorre la sua infanzia. Il padre è un vero tuttofare, infatti negli anni che seguono la fine della guerra, per arrotondare i magri affari della sua officina, aggiusta orologi dai fratelli Parolini, ripara radio nel negozio di Troiani e fa anche il cineoperatore da Vezza. Come d’uso allora anche Italina è ben presto chiamata a contribuire al sostentamento della famiglia. Ha appena 12 anni quando guadagna i suoi primi soldi cernendo stracci dagli zii Rinaldi e ne ha poco più di quindici quando partecipa al grande “bisness” villafranchese di quegli anni, la vendita porta a porta del “burro margarinato”. Per questo ogni mattina presto deve prendere il treno per recarsi nelle sue zone, il modenese ed il vicentino, facendo attenzione a non farsi fermare dai “dasiai” (i controllori del dazio) altrimenti lì sarebbe finito il suo guadagno. Arrivata sul posto poi c’è da vendere il prodotto, e d’estate anche in fretta prima che si “squagli” (allora non esistevano contenitori termici di sorta). E una volta tornata a casa occorreva rifornirsi per il giorno successivo. Un lavoro pesante e duro, ogni viaggio un’avventura, ma con buoni profitti e la possibilità di conoscere molta gente. Durante una serata estiva nella balera da “Polpette” conosce un bel giovane di Villafranca ( dei “tubi”) Novello, detto Mario, Cordioli. La passione per il ballo li fa ben presto innamorare. Si sposano nel 1952 ed il loro matrimonio sarà allietato dopo qualche anno dalla nascita di Diego e Mariangela. Nello stesso anno del matrimonio Italina e Mario, con i soldi faticosamente messi da parte, si fanno la casa alla “Pozza de’ Roschi”, in fondo a via Case Popolari oggi via Luigi Prina dove aprono la loro bottega di drogheria e generi alimentari. La zona è un po’ fuori dal centro ma la zona ha prospettive di rapido sviluppo ed è sulla strada per Sommacampagna. La bottega poi è veramente ben fornita, moderna e bella con ampie scale di accesso. In verità inizialmente il peso di portare avanti il negozio grava quasi esclusivamente sulle spalle di Italina, coadiuvata dalle sorelle Elettra e Adriana, in quanto Mario continua a fare l’ambulante di burro e formaggio per almeno un altro decennio. Il lavoro da subito non manca e dà i suoi frutti perché seppur lentamente, con la ricostruzione post bellica e la diffusa occupazione, le famiglie cominciano ad avere una qualche disponibilità economica e dopo anni di stenti e privazioni cosa poteva essere meglio di una dispensa ben fornita. Da un’idea di Mario il negozio offre anche un ulteriore servizio, oltre al recapito del pane anche quello della spesa a domicilio. Innanzi tutto servivano le ordinazioni. Oggi sembrerebbe una cosa semplice e del tutto normale ma pensate allora quando in ben pochi avevano il telefono e all’inizio non l’aveva nemmeno la bottega. Niente paura Mario o Diego, che iniziò a dare una mano ad appena sei anni (ancora in prima elementare), tutte le mattine passano a casa dei clienti a ritirare il biglietto con la lista della spesa che sarà poi recapitata nella stessa mattinata assieme al pane. Negli anni ’60 con il diffondersi del benessere iniziarono a cambiare anche le abitudini alimentari dei villafranchesi. La domenica nell’immancabile brodo di mezzogiorno le “paparele” lasciarono ben presto il posto ai più nobili “agnolini” ed è in parte per soddisfare questa nuova esigenza di mercato che Mario si dedica il suo lavoro solamente al negozio, abbandonando definitivamente il lavoro di ambulante. Era suo il compito di preparare ogni giovedì il ripieno per i tortellini. Il venerdì poi, spesso sino a tarda notte, tutta la famiglia (comprese due signore amiche, Emma e Maria) si ritrova radunata attorno al tavolo dove si tira la pasta in sottili sfoglie che ogn’uno poi provvede a ridurre in quadrati, mettervi il ripieno ed avvolgere il tutto in maniera di creare la classica forma degli “agnolini”. Mariangela che terminati gli studi collaborerà nel negozio subentrandone poi nella gestione, ricorda ancora molto bene quando si lavorava tutti i sacrosanti giorni, così come durante le festività natalizie passate a preparare cesti di Natale oppure i tanti Lunedì di Pasqua trascorsi al lavoro dietro al banco, la strategica posizione del negozio sulla via di Custoza portava ad eccezionali incassi per le intere comitive di “vacanzieri fuori porta” che si fermavano a far spesa. Ma per Italina in quegli anni non sono solo “rose e fiori” c’è anche a che fare con gli “insolventi” e non solo. Allora poche persone pagavano in contanti, la maggior parte delle famiglie veniva a far la spesa con il libretto ed i conti si facevano di solito a fine mese. E se dopo un mese, oppure due o anche tre, qualche cliente non aveva ancora soldi per pagare firmava delle cambiali che non sempre si potevano incassare. Italina da brava “boteghera de ‘na olta” oltre a spirito di sacrificio e totale dedizione al lavoro aveva anche una straordinaria determinazione nell’affrontare qualsiasi situazione. Poteva lei, che neanche sedicenne prendeva il treno di notte per andar in giro per corti e paesi a vendere la margarina, aver paura di qualcuno che gli intima di consegnare l’incasso? Certo che no e così, quando un sabato sera un ragazzotto armato di pistola e con il volto coperto, entra in negozio e gli chiede minacciosamente l’incasso della giornata, lei reagisce prontamente misurandogli uno schiaffo e rispondendo: “non ti do proprio niente”. Il giovane, rimasto sorpreso dalla reazione di Italina, si da alla fuga ben prima dell’accorrere del marito e del genero attirati dal trambusto. Scena da film. Una vita dietro il banco nella “Vilafranca de ‘na olta” quando il lavoro veniva prima di tutto ed era sacrificio rinunce e risparmio. Le ferie allora non venivano nemmeno prese in considerazione, almeno fino agli anni ’80, “ se tegnea daconto tuto” anche le cambiali scadute giacchè davanti a situazioni di comprovata difficoltà di qualche famiglia “en vese de protestarle le se tegnea par ricordo”. Ora, a distanza di tanti anni, i figli Diego e Mariangela, vengono ancora riconosciuti come “Jussa”.

