Nelle tante vicende che vi ho raccontato più volte ci siamo imbattuti nel “secondo dopoguerra” ma quali trasformazioni ha avuto il nostro paese in quel periodo? Ce lo racconta, riportandoci nella “Villafranca de ‘na olta”, la storia dell’ingegner Francesco “el primo sindaco del dopoguerra”. Francesco Arduini, classe 1898, è il quinto figlio del commerciante di concimi e sementi Zeffirino e Maria Spellini, che prima di lui avevano avuto: Blandina, Giuseppe, Egidio e Luigi e la cui ditta, fondata nel 1896, all’epoca trattava quasi esclusivamente concimi naturali; guano del Cile e calciocianamide; e “somensine”, sementi di erba medica e da prato in quanto per frumento e granturco i contadini in genere seminavano parte del loro raccolto. Francesco nasce e cresce nella Villafranca a cavallo tra l’‘800 e il ‘900. Frequenta in paese le scuole elementari e poi, per la sua particolare capacità e attitudine, la famiglia gli consente di proseguire negli studi. Allora in Villafranca non vi erano altre scuole se non le elementari e tuttavia senza dover andare Verona, o in seminario, ci si poteva preparare, per superare i successivi esami delle medie e del liceo, privatamente, prendendo lezioni di italiano, latino, greco, storia geografia e matematica dall’esimio insegnante Gaetano Bellotti. Francesco è uno studente modello che supera ogni esame ma la Grande Guerra incombe anche su di lui. Chiamato alle armi dopo un breve addestramento è inviato al fronte. Sull’altopiano della Bainsizza scampa miracolosamente al tiro dei cecchini ed alla fine della guerra torna incolume a Villafranca. Ripresi gli studi accede al Politecnico di Milano dove, nel ’25, si laurea in Ingegneria Meccanica. Trova subito impiego alle officine OM di Brescia e con un lavoro sicuro pensa ben presto di metter su famiglia. Nel ‘27 si sposa con Maria Serpelloni che poi gli darà Luigi, Vittoria, Giovanni, Carlo e Gabriele. Dopo appena quattro anni però arriva una brusca svolta per la sua vita lavorativa. Per una banale appendicite ha perso il fratello Luigi che affiancava il papà nella conduzione dell’azienda di famiglia e, nel ’31, lui è chiamato a sostituirlo. Francesco al papà non può dire di no e così si licenzia e rientra in Villafranca per prendere il posto del fratello. Seguono anni di intenso e duro lavoro e tuttavia Francesco, uomo retto, di grande cultura, di carattere aperto al dialogo e all’amicizia, trova anche il tempo per fare volontariato. Nonostante i tempi siano difficili ed intolleranti verso i cattolici non nasconde mai le proprie convinzioni religiose. La domenica pomeriggio infatti va in parrocchia ad insegnare catechismo in quanto avendo aderito alla Federazione Italiana Uomini Cattolici (una branca di Azione Cattolica) sin dalla fondazione (avvenuta a Milano nel ’22), ne è diventato militante prima e dirigente provinciale poi. Certo la fede è una cosa e l’ordine costituito è un’altra e così il rimanere fermo nelle sue idee democratico-cristiane non gli impedisce di essere amico dei “podestà” del paese: Angelo Rizzotti, Vittorio Bresaola e Giacomo Barlottini. Durante gli ultimi anni del fascismo però, quando i prefetti fanno chiudere tutti i circoli di AC, Francesco continua ad incontrarsi segretamente con gli iscritti per parlare di fede e non solo. E accade così che finita la guerra, dopo il sindaco designato dalle “Forze di Liberazione”, Flavio Vecchietti, al primo suffragio popolare viene eletto sindaco. Nella contingente situazione è una carica poco ambita e tutt’altro che allettante. L’economia stenta a ripartire, di soldi non ne “girano” e c’è da ricostruire Villafranca ed i villafranchesi. Ed è proprio quest’ultima la cosa più impegnativa. I giovani e tutti quelli cresciuti nel ventennio della dittatura fascista, permeati dal mito del nazionalismo e del “tutto e subito” e che pur hanno sofferto gli anni della guerra, stentano ad accettare in pieno le regole della vita democratica. Il clima è teso, nonostante nella nostra zona siano stati rari i casi di “regolamento dei conti”, ed accade anche che qualcuno dei più facinorosi, per il solo fatto di non aver ottenuto subito una casa o un posto di lavoro, aggredisca fisicamente “colpevole di averglieli trovati. Nonostante non lo denunci, Francesco talvolta deve essere accompagnato dai carabinieri, anche per andare a casa. Francesco però sa di essere nel giusto e non si lascia intimidire neanche dagli infuocati interventi del capo dell’opposizione social comunista, l’onorevole Alberto Fogagnolo, col quale intrattiene comunque rapporti di reciproco massimo rispetto e dignità. Francesco lavora incessantemente a casa ed in municipio e proprio qui pone le basi delle due grandi opere che ben presto potrà realizzare grazie anche alla ripresa economica determinata dal “Piano Marshall”. Inizia e porta a termine la costruzione delle case popolari “alle Ochete” e dell’edificio per Scuole Medie in via Marconi già via “dell’Impero”. Riconoscente fa anche intitolare al suo vecchio insegnante Gaetano Bellotti una via del centro cittadino. Gli mancano da realizzare due dei punti cardine del suo programma, infanzia e sanità ma come vedremo anche in quest’ultimi campi lascerà la sua impronta. Dopo un quinquennio di intenso e proficuo lavoro, allo scadere del suo mandato di sindaco, è chiamato a dare il suo contributo di opera, studio ed idee in Provincia. Per un intero mandato è Vicepresidente della Provincia con la delega “ai Lavori Pubblici”, (dal ’51 al ’56, Presidente l’avvocato Buffati) durante i quali porta a compimento, tra l’altro, le due importanti opere di viabilità: la Verona-Lago e la Verona-Bosco Chiesa Nuova (allora poco più che strade di campagna) e la creazione della nuova grande Zona Agricola Industriale di Verona il cui Consorzio per lo Sviluppo sarà poi, dal sindaco Zanotto, chiamato a guidare per oltre sei anni. Nonostante tutti i suoi impegni, che allora non erano retribuiti, non si scorda certo della sua Villafranca. Quando, nel ’56, Don Eliseo si accorge che i soldi per continuare la costruzione del cinema parrocchiale il Teatro Verdi, di cui sono già state gettate le fondamenta, sono finiti lo chiama tutto agitato. Toni “Tampeleta” che lo sta realizzando è disposto a proseguire i lavori a credito ma gli occorrono delle garanzie. In una riunione a tre Francesco non esita, salvo poi non dormire per alcune notti di seguito, e firma una garanzia che lo obbliga a risponderne in solido, col proprio patrimonio personale; cosa che per fortuna non accade. Infanzia e Sanità sono le sue altre priorità e grazie ai suoi buoni uffici arrivano da Roma i soldi per la nuova “Casa della madre e del bambino” (asilo nido) ed il nuovo Ospedale Magalini ma per lui anche un altro incarico. Nel lascito testamentario della famiglia Magalini Morelli Bugna è espressamente indicato che il Presidente del Comitato di Costruzione dell’ospedale sia il parroco pro tempore e Don Contri prima e Mons. Aldegheri poi si tolgono l’incomodo nominandolo loro Vicepresidente e delegato per ogni incombenza tecnica ed amministrativa. Successivamente anche quando si ritira dalla vita politica attiva non viene meno al suo grande impegno civico. Per molti anni rimane Presidente Diocesano dell’Azione Cattolica e, per la sua profonda fede nella Madonna, anche iscritto all’UNITALSI con la quale lui, “Checo barelier”, partecipa, ad oltre 50 pellegrinaggi a Lourdes ed altrettanti a Loreto. Per i suoi tanti meriti Francesco è insignito dal Capo dello Stato, Commendatore al Merito della Repubblica Italiana e dal Santo Padre, Commendatore dell’Ordine di San Gregorio Magno, ma lui piuttosto ai titoli onorifici ed accademici preferisce sempre accompagnare il suo nome a quello di “terziario francescano”. La sua passione per la politica ha lasciato certamente traccia nella sua “progenies” (stirpe, famiglia), visto che il figlio Carlo ne ha seguito di pari passo le orme, diventando anche lui Sindaco di Villafranca e Vice Presidente della Provincia (con l’amministrazione Borghesi), ed il nipote Francesco (figlio di Giovanni) è l’attuale Vicesindaco di Villafranca, la sua però l’era la “Vilafranca de ‘na olta” quando “a far el sindaco no se ciapaa mia lo stipendio ma sicor qualche casoto (cazzotto)”.
Alla prossima
di Rico Bresaola

