Avesa – In un deprecabile stato d’abbandono e degrado (che, fatto presente a chi di dovere, s’è purtroppo scontrato con un muro di gomma burocratico) sopravvive nel cimitero della frazione scaligera la sepoltura del tenore Giacomo Ferrari, in un angolo appartato, quasi scusandosi d’essere ancora lì.
L’epigrafe dimessa, leggibile con difficoltà, ne dà un pallido ricordo: “A Giacomo Ferrari 1847 – 1895 Artista lirico che nell’Europa e nelle Americhe tenne alto l’onore dell’arte musicale italiana. Memori delle sue virtù e de suoi affetti La vedova e i figli P”.
In rete si trovano scarne informazioni sulla sua biografia. Una buona descrizione di Ferrari, però, la fornisce Alberto Gajoni Berti nel suo “Dizionario dei musicisti e cantanti veronesi (1400-1966)”, Tipo-lito Cortella, Verona, 1966, ripreso dal sito www.dmi.it (Dizionario della musica in Italia), al link www.dmi.it/dizionario/pagine/001947_Ferrari_Giacomo.html.
Gajoni Berti scrive: “Fin da fanciullo mostrò di possedere una bella e calda voce e all’età di dodici anni emergeva su tutti gli altri cantori della chiesa del suo paese. Studiò musica con il maestro Gaetano Lonardi e tanto rapidi furono i suoi progressi che, ragazzo ancora, gli riuscì facile a comporre delle villotte paesane che egli stesso cantava nei convegni d’arte cui era sovente invitato. Debuttò con I Puritani a Roma. Era in teatro, quella sera, il sommo Tamberlik (il tenore Enrico Tamberlik o Tamberlick, Roma, 16 marzo 1820 – Parigi, 13 marzo 1889, n.d.a.) che rimase vivamente impressionato dalle qualità vocali del giovane tenore. Da quella sera si dischiusero al Ferrari quei sentieri dell’arte, piani e fioriti per pochi esseri privilegiati, ma tanto scoscesi e seminati di spine per i più. In meno di dieci anni seppe formarsi un repertorio di trentasei spartiti che cantò, sempre più acclamato, nelle principali città d’Italia, della Spagna, del Portogallo, della Svezia, della Norvegia, dell’Olanda e per sette anni consecutivi nelle due Americhe, quale primo tenore delle compagnie di canto che Tamberlik aveva costituite a delizia dei pubblici di Nuova York, di Chicago, di Buenos Aires, del Guatemala, di Rio della Plata e di Calcutta. Negli Ugonotti, che costituivano il suo cavallo di battaglia, dava spesso luogo a polemiche di stampa e a discussioni imperniate sul modo di interpretare la famosa frase del quarto atto: «Ripeti ancor…», frase che Tamagno cantava con tutta l’intensità dei suoi eccezionali mezzi vocali, mentre il Ferrari la eseguiva a fior di labbra, alla maniera di Tamberlik e di Stagno. Certo quest’ultima maniera è la più fedele alla partitura, nella quale sono chiaramente marcate con p le due prime ripetizioni della frase e con duep (segno di mezza voce) la terza ripetizione. Senza contare, poi, che le parole che Raul profferisce all’orecchio di Valentina sono parole d’amore. Pure nel Guglielmo Tell e nel Ruy Blas il Ferrari temeva pochi confronti. Dell’opera del Marchetti cantava in tono originale la famosa grande aria del terz’atto che generalmente veniva omessa per la sua verticalissima tessitura. Egli passava, tuttavia, dal Tell alla Sonnambula, dal Don Giovanni all’Ebrea, dalla Lucrezia Borgia alla Favorita, dal Vasco de Gama al Barbiere di Siviglia, dalla Traviata al Trovatore. Morì nella sua villa di Avesa nei primi anni del 1900”.
L’ultima nota non è corretta, dato che l’anno di decesso di Ferrari, come da epitaffio citato, è il 1895.
Sempre Gajoni Berti, nella sua opera, traccia un sintetico ritratto di Gaetano Lonardi: “Compositore e maestro di pianoforte e di canto. Scrisse Le ultime ore degli austriaci a Verona, fantasia patriottica con 8 pianoforti, eseguita il 3 novembre 1866 al Teatro Ristori. Nel 1872 fu maestro dei cori al Teatro Nuovo. Dalla sua scuola di canto uscì il rinomato tenore Giacomo Ferrari”.
Constatate le deprecabili condizioni del sepolcro di Giacomo Ferrari nel cimitero di Avesa, chi scrive ha provveduto ad inviare una segnalazione, sollecitando un intervento conservativo, alla Circoscrizione 2^ di pertinenza ed all’Urp (Ufficio per le relazioni con il pubblico) del Comune di Verona. La presidente circoscrizionale, Elisa Dalle Pezze e lo stesso Urp si sono subito premurati d’inoltrare quanto documentato ad Agec (Azienda gestione edifici comunali che s’occupa anche dei cimiteri del Comune) “per le valutazioni di competenza”. La presidente del Consiglio d’amministrazione di Agec, avv. Anita Viviani, ha infine risposto: “… pur condividendo l’importanza di conferire la meritata onorificenza al tenore Giacomo Ferrari deceduto nel 1895, si informa che, ai sensi dell’art. 40 del Regolamento di Polizia Mortuaria del Comune di Verona, la manutenzione e la pulizia interna ed esterna delle sepolture è a carico degli intestatari e degli aventi diritto d’uso. Si specifica altresì che, ai sensi dell’art. 36 del predetto regolamento, l’inosservanza degli obblighi di manutenzione delle sepolture rientra tra i casi in cui può essere dichiarata la decadenza dalla concessione d’uso cimiteriale con rientro del manufatto nella disponibilità dell’ente gestore”.
Nel rispetto delle ferree regole menzionate, facendo i conti con lo stato oggettivo di deterioramento e con l’assenza o disinteresse di eventuali discendenti rintracciabili, rimane l’esigenza di restauro e cura dell’ambito tombale, magari con l’auspicata collocazione d’una tabella indicativa (con accenni biografici) che restituisca memoria e rispetto al tenore dei Due Mondi Giacomo Ferrari.
Claudio Beccalossi
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