Dall’anno 2010, l’A.N.A. ovvero l’Associazione Nazionale Alpini, offre ai giovani (dai 10 anni fino ai 25 anni) e con periodi diversi (da 3 giorni fino alle 2 settimane), l’opportunità di vivere un’esperienza diversa dal solito, tra tradizioni militari e attività di protezione civile, primo soccorso e volontariato.
Questi corsi (che si tengono in diverse regioni d’Italia, normalmente durante le vacanze estive) sono talmente apprezzati anche dai nostri connazionali che vivono all’estero, i quali tornano in Italia in modo che i figli possano sperimentare questa opportunità unica.
Io non vi racconto questi campi come “esterno”, ma direttamente dall’interno, avendo preso parte – in qualità di allievo – dal 25 luglio fino all’8 agosto – al Campo scuola Avanzato con Ospedale da Campo ANA Almenno S. Bartolomeo / Orio al Serio (BG) ed ho avuto l’onore ed il privilegio di far parte del “Battaglione” Tridentina, e della “Brigata” Trento.
La caratteristica di questo campo scuola nazionale era lo stare a stretto contatto con il G.I.M.C.A. (acronimo di Gruppo d’Intervento Medico Chirurgico Alpino, ovvero l’unita operativa che costituisce la colonna portante della Sanità Alpina dell’Associazione Nazionale Alpini) il quale si occupa di interventi rapidi di soccorso sanitario in caso grandi emergenze, catastrofi naturali, calamità o crisi sia in Italia, che all’estero.
E’ composto da medici, infermieri, tecnici e soccorritori volontari adeguatamente formati per intervenire in scenari critici.
Appena arrivato al campo e dopo avere effettuato la mia registrazione, venivo successivamente accompagnato al vestiario, dove mi veniva consegnata la mia divisa ANA che comprendeva il seguente equipaggiamento:
– tre magliette,
– una polo,
– una felpa,
– un giubbino,
– un copricapo,
– una bandana,
– due paia di pantaloni lunghi,
Altra regola ferrea del campo era quella di consegnare il telefono, che sarebbe stato restituito la sera e utilizzato per un periodo di tempo limitato, utile per comunicare ai propri cari che si stava bene.
Ho apprezzato molto questa regola: in un mondo iperconnesso, l’essere “off line” consente di riscoprire le relazioni interpersonali e di apprezzare la conversazione.
Le giornate iniziavano sempre con l’adunata, ovvero l’assunzione del tradizionale schieramento per l’alza-bandiera e l’inno d’Italia, mentre il vessillo tricolore veniva issato.
Durante la giornata, oltre alle lezioni in aula o le attività pratiche, ogni brigata a rotazione aveva un incarico: chi si occupava delle corvée (ovvero dei servizi vari, come: la preparazione dei pasti e la pulizia, la pulizia dei bagni), dell’organizzazione della sistemazione degli spazi comuni, chi era addetto al funzionamento delle lavatrici e chi si occupava dell’organizzazione dell’alza e dell’ammaina bandiera.
Forse per alcuni queste attività possono sembrare una perdita di tempo o superficiali, ma invece insegnano l’umilità e il fatto che chiunque deve essere in grado di fare qualcosa, a vantaggio dell’intera collettività.
Senza dimenticare, che su 38 ragazzi, solo in 10 (meno di un terzo) eravamo di Bergamo: gli altri venivano da tutta Italia chi dal Veneto, Friuli, Trentino, Lazio, Abruzzo, Liguria, Piemonte e Sardegna.
Durante i 15 giorni di campo, abbiamo soggiornato per 4 giorni a Orio al Serio (BG) dove abbiamo simulato un’emergenza di Protezione Civile (denominata “”Emergencylandia””).
Come prima cosa, abbiamo montato le tende dormitorio, poi sono iniziate le lezioni in aula dove ci è stato spiegato come si sarebbero svolti i giorni successivi, le misure di sicurezza da osservare sul lavoro, l’importanza di indossare caschetti e guanti.
Abbiamo realizzato anche l’Ospedale da Campo abbiamo piantato le tende, montato le luci, quello che sarebbe stato il Pronto Soccorso e la Sala operatoria; un vero e proprio PMA (acronimo di Punto Medico Avanzato).
Abbiamo anche simulato una situazione di emergenza con feriti.
Ognuno di noi aveva un ruolo: c’erano i Vigili del Fuoco, la Sala Operativa, i sanitari, i Carabinieri e la Protezione Civile, alcuni malviventi (saccheggiatori nelle calamità) il sindaco e pure il giornalista.
Le giornate prevedevano varie lezioni sia teoriche, ma anche e soprattutto pratiche, mentre le serate erano arricchite da alcune testimonianze da parte di ospiti del campo.
Potrei raccontarvele tutte, ma non basterebbe un articolo: quindi vi racconterò le tre che mi hanno maggiormente colpito, senza nulla togliere alle altre.
Mauro Bernardi alpino finito sulla sedia a rotelle a causa di un incidente stradale mentre di notte si trovava alla guida del suo camion, dopo l’impatto con un altro autoarticolato, sbucato all’improvviso e a luci spente.
Lui si è risvegliato convinto di essere sul punto di morte: come da lui stesso riferito, i vigili del fuoco e i vari sanitari gli hanno salvato la vita.
Mauro pensava che la sua vita fosse finita lì, in ospedale: non poteva più muovere le gambe.
Ma, lì, nella sfortuna ha conosciuto altri pazienti che erano messi peggio di lui: una ragazza che per comunicare muoveva solo un occhio o un altro ragazzo che muoveva solo la testa e che la fidanzata, dopo la disgrazia che lo aveva ridotto così, l’aveva anche lasciato.
Lui lì ha capito che, pur nelle avversità, era fortunato perché sua moglie non l’aveva abbandonato ed è vero non poteva più fare certe cose, ma poteva farne altre: è diventato il primo maestro di sci con disabilità riconosciuto in Italia.
Ha fondato l’associazione Enjoyski Sport ODV che aiuta le persone con disabilità a fare comunque sport.
E adesso punta a diventare il primo maestro di vela con disabilità.
La sua storia mi ha insegnato che la vita spesso può essere crudele o ingiusta, ma non bisogna mai farsi abbattere dalle difficoltà e, superato il momento di smarrimento, bisogna trovare la forza di andare avanti.
Luigi De Finis, detto Gino, uno dei nostri quattro istruttori del Campo ci ha raccontato di quando era Capitano dell’Esercito Italiano ed era stato impegnato in missioni di peacekeeping in Kosovo e Afganistan.
Nelle foto e nel suo racconto si vedeva la precarietà e l’arretratezza nelle quali versavano questi paesi, dove la guerra si era appena conclusa o era ancora in corso.
Il suo compito era quello di portare medicinali, viveri e cose di prima necessità e, grazie anche alle sue competenze in campo edile, occuparsi della manutenzione di varie infrastrutture.
Mi ha colpito molto la miseria e la povertà nella quale versavano questi paesi.
Ci ha raccontato che in Kosovo c’era la difficile convivenza tra le due etnie (albanesi e serbi) che si erano ferocemente affrontate dal febbraio 1998 al giugno del 1999, durante le operazioni militari nell’ex provincia autonoma della Serbia.
Questi ultimi, per andare a trovare i loro caduti (oramai in territorio kosovaro) dovevano avvisare gli albanesi con largo anticipo e dire l’orario in cui sarebbero arrivati e andati via.
I soldati italiani avrebbero in primis verificato rischio legato alla presenza di mine, e poi scortato i familiari dall’arrivo fino alla fine, per evitare scontri.
Inoltre, mi ha colpito di come i soldati italiani si sono distinti durante la missione di pace, sistemando anche scuola ed edifici per funzioni sociali o sanitarie, per la popolazione civile di questi paesi.
Ultima, ma non meno importante la testimonianza dei coniugi Maria Giovanna Respighi Palmi e Antonio Respighi, autori del libro “IO RESTO QUI”, pubblicato grazie al Gruppo ANA di Abbiategrasso (MI).
Loro ci hanno raccontato della tragica sorte che è toccata ai soldati italiani inviati in Russia, durante la seconda guerra mondiale.
La loro storia inizia per caso, mentre si trovano in vacanza, in un villaggio in terra russa.
Conoscono quindi tale Sergej un contadino russo che riconoscendo sul loro van il logo dell’ANA, mostra loro 200 piastrine di metallo appartenenti ai militari italiani impegnati nella campagna di Russia, dicendo che gliele avrebbe vendute per 30 euro l’una.
(Come ci è stato raccontando in certe zone della Russia c’è molta povertà e i contadini o le persone che non arrivano a fine mese, vanno nei teatri di guerra cercando cimeli da rivendere ai collezionisti, per arrotondare).
Loro gli spiegano che non erano cose sulle quali lucrare e che c’erano molte persone in Italia che non sapevano che fine avessero fatto i loro cari.
Lui, comprendendo la situazione, gliele consegna alcune e gli dice che le altre le spedirà più avanti.
Loro gli promettono che le faranno avere alle famiglie dei caduti.
Così inizia la loro impegnativa, certosina e difficile ricerca, contattando comuni e istituzioni per far riavere le piastrine ai parenti dei caduti.
La maggior parte, dopo lunghe ricerche, sono state a restituite a mogli, figli e nipoti, di alcune famiglie di caduti si sono invece persone le tracce.
Dopo vari cambi di comuni, le hanno consegnate alle associazioni d’arma alle quali appartenevano o ai comuni.
Delle storie raccontate dai coniugi Respighi mi ha emozionato il video di una sorella che il ritorno della piastrina di suo fratello l’avesse rassicurata era commossa che suo fratello fosse “finalmente tornato a casa sua.”
Mi ha colpito il fatto le molte righe di lettere dei soldati al fronte che raccontavano che la guerra andava male fossero state censurate, altri invece ci tenevano a rassicurare la famiglia che tutto andava bene.
Su 300.000 mila soldati italiani 90.000 moriranno o risulteranno dispersi, altri 60.000 moriranno nei campi di concentramento sovietici.
L’ultima sera, prima della fine del campo abbiamo tutti compiuto un gesto dall’alto valore morale e simbolico.
Abbiamo acceso un falò e, uno alla volta, ci si alzava si prendeva un legnetto lo si buttava nel fuoco e si raccontava ai nuovi amici cosa avrebbe portato a casa dal Campo o di quale “peso” si era eventualmente alleggerito.
Tanti hanno ringraziato per le nuove belle relazioni umane, e riportato alcune attività di cui erano rimasti particolarmente e piacevolmente colpiti.
L’8 agosto con la cerimonia di fine corso, l’ultimo ammaina bandiera e il tradizionale lancio dei cappelli al grido: Viva l’Italia!
E’ terminato ufficialmente il campo scuola.
Al termine ci venivano consegnati l’attestato di partecipazione al Campo Scuola ANA, la tessera dell’Associazione, l’Attestato del corso base di operatori volontari di Protezione Civile e quello di formazione igienico sanitario HACCP.
Di questo campo scuola conservo il motto dei campi nazionali ANA “”mettere il Noi, prima dell’Io””: per 15 giorni abbiamo fatto squadra, collaborando per il raggiungimento del risultato comune.
Ho fatto amicizie che conserverò per tutta la vita, ho vissuto esperienze che non capita di fare tutti i giorni: dormire in tenda, affrontare le difficoltà e anche gli imprevisti, senza i comfort della vita domestica.
Ringrazio l’Associazione Nazionale Alpini per questa opportunità ed invito tutti i lettori a consultare la pagina web dei campi scuola ANA (https://www.ana.it/campi-scuola/) e a divulgare e promuovere l’iniziativa tra parenti e amici.
Il Corpo Nazionale degli Alpini sono un importante patrimonio di valori e tradizioni della storia d’Italia.
I campi scuola dell’ANA rappresentano un’ulteriore occasione per avvicinare gli alpini ai giovani virgulti della società, ai quali far conoscere il loro mondo e trasmettere l’alto contenuto valoriale della loro esperienza.
di Christian Manzari

