Transitarono anche dalla città scaligera nomi eccellenti del nazismo sconfitto in fuga.
Una pagina di storia (non solo locale) ancora tutta da scrivere definitivamente
Verona, passaggio o punto di “smistamento” o logistico della struttura Odessa? Di sicuro, come riferì “Verona libera” (organo del Comitato di liberazione nazionale che, dal 1° maggio 1945 al 30 giugno 1946, sostituì “L’Arena”, in precedenza schieratasi apertamente col fascismo) del 17 maggio 1945, fecero la loro comparsa congiunti di gerarchi nazisti in cerca di alternative o secondo piani predisposti: “Sono state arrestate nella nostra città le mogli di Himmler e del col. Wolff primo comandante della piazza di Verona dopo l’8 settembre ’43. Avevano tentato di trovare rifugio in Italia”.
S’ipotizza, invece, che dal capoluogo e dalla provincia siano transitati ricercati (o non ancora inseriti negli elenchi wanted) nazisti del calibro di Otto Adolf Eichmann e Josef Rudolf Mengele, intenzionati ad imbarcarsi a Genova per il compiacente (connivente) Sud America, con meta soprattutto l’Argentina. Come tanti altri loro “compari nel genocidio”, i due trovarono una prima “dritta complice” a Merano, in Alto Adige, punto nevralgico di Odessa (acronimo di Organisation der Ehemaligen SS – Angehörigen, cioè Organizzazione degli ex membri delle SS), creata ad hoc per consentire la scappatoia a criminali nazisti più o meno eminenti.


Coperto da aloni di mistero e leggenda anche dopo tanti anni, il particolare assetto sarebbe stato messo in piedi durante una riunione svoltasi all’Hôtel Maison Rouge di Strasburgo, il 10 agosto 1944, alla quale avrebbero partecipato, tra gli altri, anche delegati del vice di Hitler, Martin Bormann e del ministro degli Armamenti, Albert Speer. Oltre ad aiutare i nazisti allo sbando, aveva i fini di sorreggere chi intendeva rifarsi una vita in Germania od altrove, d’assistere gli arrestati e sottoposti a processi, di difendere e proseguire il nazismo con l’avvento d’un Quarto Reich.
Nonostante lo scetticismo di vari storici sulla realtà di Odessa, è significativa l’ambientazione pseudostorica scritta da Frederick Forsyth nel suo romanzo “The Odessa File” – “Dossier Odessa” (Mondadori, Milano, 1973), ricavando informazioni dai servizi segreti inglesi: “Prima della fine della guerra, i membri più alti in grado delle SS, perfettamente consapevoli della sconfitta e senza alcuna illusione sul giudizio degli uomini civili, al momento della resa dei conti fecero preparativi segreti per scomparire e costruirsi una nuova vita. (…) A questo scopo, ingenti somme in oro furono contrabbandate fuori dal Paese e depositate in conti bancari numerati, furono preparati documenti di identità falsi, furono aperte possibili vie di fuga. (…) L’Odessa fu creata per assicurare agli assassini la fuga verso climi più ospitali”.

Il libro di Forsyth contribuì a riportare alla “ribalta” ed a far terra bruciata attorno al macellaio di Riga, in Lettonia, Eduard Roschmann (Graz, 25 agosto 1908 – Asunción, 10 agosto 1977, SS-Hauptsturmführer, considerato tra i vertici di Odessa), costretto a svignarsela dall’Argentina in Paraguay dove vi morì poco dopo.
Umberto Barbisan, autore di “Sulle tracce dell’Odessa. Mito o enigma del Novecento?” (Tecnologos, Mantova, 2002), s’è, invece, “convinto – salvo prova contraria che non ho trovato – che l’Odessa possa essere stata solo un’organizzazione di reciproco soccorso fra i membri delle SS internati nei campi di prigionia alleati e che si disciolse fra il 1947 e il 1948”.

Interpretazioni a parte, il sistema avrebbe potuto contare sull’appoggio (vero o presunto ma, sempre, clandestino, non ufficiale) di Stati quali la Germania (ovviamente), la Svizzera, la stessa Italia e l’apparentemente insospettabile Vaticano. È comunemente ritenuto che l’SS-Obersturmbannführer Otto Skorzeny (Vienna, 12 giugno 1908 – Madrid, 5 luglio 1975, tra i liberatori di Benito Mussolini, il 12 settembre 1943, dalla sua prigionia sul Gran Sasso nella Fall Eiche, Operazione Quercia) abbia avuto un ruolo importante in Odessa ma il sospetto non è mai stato provato. Così come per quanto riguarda il suo impegno all’interno di un’organizzazione “parallela”, Die Spinne (“Il ragno”). Confusione tra le due ossature segrete?
Stando a Simon (o Szymon) Wiesenthal (Butschatsch, nell’Impero asburgico fino al 1918, attuale Bučač, in Ucraina, 31 dicembre 1908 – Vienna, 20 settembre 2005), famoso “stanatore di belve hitleriane”, “Odessa venne istituita nel 1946 per aiutare i nazisti in fuga” mentre altre fonti (come le interviste ad ex membri delle SS trasmesse dal canale televisivo tedesco Zdf) fanno dedurre che Odessa non sarebbe stata una sorta di singolo organismo segreto dall’estensione mondiale descritto da Wiesenthal ma un insieme di varie organizzazioni, pubbliche o top secret (senza escludere Cia, Vaticano e diversi governi latinoamericani), che procurarono assistenza vitale a pesci nazisti piccoli e grandi.
L’ipotesi venne avallata anche dal giornalista e storico argentino Uki Goñi nel suo libro “Operazione Odessa. La fuga dei gerarchi nazisti verso l’Argentina di Perón” (Garzanti, 2003), nel quale riassume in circa 300 i nazisti cui il governo di Buenos Aires avrebbe dato asilo politico tra il 1946 ed il 1955. In proposito, è significativa una frase pronunciata da Harry Rositzke, esperto della Cia sull’Unione Sovietica: “Sapevamo quel che facevamo. Era necessario che usassimo ogni figlio di puttana, fintanto che era un anticomunista”. E, tra i cosiddetti “figli di puttana”, erano inclusi i nazisti più abietti, ex od irriducibili…
Ma non mancarono, quale risultato del “si salvi chi può” in concomitanza con la sconfitta militare del nazifascismo, fascisti italiani, ustascia croati, rexisti belgi, collaborazionisti francesi ed i complici della “galassia criminale internazionale” messa abilmente in piedi da Hitler & C.
Tra il 1947 ed il 1951 si sarebbero contati circa 13mila ustascia legati ad Ante Pavelić che riuscirono a salvarsi attraverso il monastero croato di San Girolamo, a Roma, sfruttando il cordone ombelicale italo-argentino. Ancora nel 1947 i servizi segreti americani dichiararono a denti stretti che “una disamina dei registri di Ginevra inerenti tutti i passaporti concessi dalla Croce Rossa internazionale rivelerebbe fatti sorprendenti”.

Il governo di Juan Domingo Perón favoreggiò i fuggiaschi. E, per impedire il più possibile qualsiasi ricostruzione investigativo-storica, provvide a far sparire la maggior parte dei relativi e compromettenti fascicoli d’archivio nel 1955, con la caduta di Perón in atto. Il rimanente venne distrutto nel 1996. E se l’Argentina aveva costituito un sicuro approdo per schiere di assassini uscite sconfitte dalla guerra, il cervello dell’operazione di salvataggio risultava ragionare a Roma (città in cui lo stesso Perón soggiornò dal 1939 al 1941), addirittura in pieno Vaticano, dove alcuni vertici della Chiesa cattolica non agirono solo da complici ma s’attivarono da registi.

La Seconda Divisione del Segretariato di Stato vaticano, diretta da mons. Giovanni Battista Montini (futuro papa Paolo VI) e con competenze sull’Ufficio rifugiati, divenne dall’aprile 1945 (ma qualcuno anticipa all’inizio dello stesso anno l’avvio della particolare attività d’assistenza a nazisti e loro complici) il cuore pulsante dell’evacuazione degli interessati tramite la cosiddetta “Operazione conventi”, con il coordinamento del vescovo Alois (noto anche come Luigi) Karl Hudal (Graz, 31 maggio 1885 – Roma, 13 maggio 1963, per un trentennio alle redini della parrocchia dei cattolici di lingua tedesca di Santa Maria dell’Anima, a Roma e guida spirituale della comunità tedesca in Italia).
Hudal ed i suoi collaboratori organizzarono la cosiddetta ratline (via di fuga) che permise lo scampo soprattutto in Sud America a vari criminali di guerra. Come i già menzionati Otto Adolf Eichmann (Solingen, 19 marzo 1906 – Ramia, Israele, 31 maggio 1962, SS-Obersturmbannführer, tra i più alacri responsabili operativi della soluzione finale della “questione ebraica”), Josef Rudolf Mengele (Günzburg, 16 marzo 1911 – Bertioga, Brasile, 7 febbraio 1979, SS-Hauptsturmführer, medico, sperimentatore su esseri umani, selezionatore verso le camere a gas nel KL Auschwitz II Birkenau, detto l’angelo della morte).
E, ancora, Nikolaus (Klaus) Barbie (Bad Godesberg, 25 ottobre 1913 – Lione, 25 settembre 1991, SS-Hauptsturmführer, il boia di Lione), Franz Stangl (Altmünster, 26 marzo 1908 – Düsseldorf, 28 giugno 1971, SS-Hauptsturmführer, comandante dei campi di sterminio di Sobibór e Treblinka, la morte bianca, definito il miglior comandante d’un campo di concentramento di tutta la Polonia), Gustav Franz Wagner (Vienna, 18 luglio 1911 – San Paolo del Brasile, 3 ottobre 1980, SS-Oberscharführer, “degno” vice comandante di Sobibór, soprannominato per la sua sadica brutalità la bestia o il lupo), Alois Brunner (Rohrbrunn, 8 aprile 1912 – Damasco, Siria, probabilmente dicembre 2001, SS-Hauptsturmführer, comandante – e responsabile delle deportazioni per il successivo massacro – del campo d’internamento di Drancy, in Francia, dal giugno 1943 all’agosto 1944, il macellaio di Vienna) ecc.
Uki Goñi nomina altri prelati quali “capi” e “gregari” della rete di protezione: i cardinali Eugène Tisserant ed Antonio Caggiano, il futuro cardinale Giuseppe Siri, il sacerdote croato Krunoslav Draganovic, il vescovo argentino Augustín Barrère. Goñi fa riferimento ad importanti documenti, tra cui una lettera del 31 agosto 1946 di mons. Hudal a Perón che avanzava richiesta d’ingresso in Argentina a “5 mila combattenti anticomunisti”.
Furono lo spauracchio del comunismo, la contrapposizione e la divisione dell’Europa tra “sfere d’influenza”, oltre ai primi “sintomi” della “guerra fredda”, a far infine decidere ai vincitori un’interessata “politica” buonista, protettiva nei confronti dei vinti, pur se colpevoli di atroci nefandezze, riciclandoli in veste anticomunista. E, molto probabilmente, lasciandoli tranquillamente transitare, anonimi o meno, anche da Verona…
Claudio Beccalossi





