Quando ho scritto questo articolo mi ero proposto di pubblicarlo solo nel terzo libro di “Vilafranca de ‘na olta”, ormai prossimo alla stampa, e mai avrei pensato che Lino non fosse presente a ritirare di persona la sua copia. La pandemia però ahimè ha stabilito diversamente e se l’è preso così, per i tanti che l’hanno conosciuto e voluto bene, lo anticipo anche su “Il Giornale dei Veronesi” cambiando solo l’ultima riga.
Il titolo “Villafranca de na’ olta” presuppone che si tratti di storie di gente o vicende del paese, eppure come in ogni regola c’è quell’eccezione che la conferma, e questa volta voglio fare un’eccezione anch’io. Questa è la storia di un mantovano trapiantato in Mozzecane, di un lavoro, quello del gommista, duro e faticoso (almeno quando il mestiere era nato) ma soprattutto è la storia di un mio carissimo amico cui mi lega la comune passione per la caccia. Abbiamo caratteri diversi e diversa è la nostra “fascia” di età e tuttavia ci lega la totale sintonia e fiducia l’uno nell’altro. Ma “bando alle ciance” ecco sua la storia. Lino Prandini, classe 1936 è il terzo dei sette figli dell’agricoltore Virgilio e Gelia Ballarini che prima di lui avevano avuto Ilde e Valeria e che poi avranno anche Alfio, Franco, Adriana e Angiolina. Lino nasce e cresce in Pieve di Coriano in provincia di Mantova dove incomincia anche a frequentare le scuole elementari. Durante la guerra il papà trova da condurre una campagna in Bagnolo san Vito dove si trasferisce con la famiglia e dove Lino termina le scuole. Lino non ha ancora 14 anni quando, per contribuire al reddito familiare, viene mandato a “bottega” in Mantova. Il mestiere che deve imparare è uno di quelli “emergenti” ed è quello del gommista. Nelle campagne pur essendo ancora diffusa la “trazione animale” con attrezzature e carri immutati da secoli incominciano già a circolare i primi trattori ma è soprattutto sulle polverose strade che iniziano a circolare sempre più numerosi autovetture ed autocarri. In Mantova nella grande, per l’epoca, officina Ferrarini e Gionni, Lino, che anche se è ancora giovanissimo è già più alto della media ed il lavoro dei campi lo ha ben irrobustito e temprato alla fatica, oltre a sostituire i pneumatici è subito messo addetto alla loro ricopertura. Le gomme da ricoprire avevano nella loro “carcassa” diversi giri di filo di ferro e prima dovevano essere, a mano, “raspate” per bene e poi, una volta introdotti negli stampi ed aggiunta la gomma, dovevano essere portati nel forno di cottura. Lavoro intenso e pesante ma nulla in confronto allo smontare e rimontare le pesanti ruote a settori degli autocarri con l’unico ausilio di leve, leverini e mazze, ma Lino è forte ed impara in fretta. Il lavoro è duro ma ben remunerato ed è così che in pochi anni è già in grado di metter su famiglia. Lino ha appena vent’anni quando nel ’56 trova casa in Caselle di Poletto, frazione di Roncoferraro e si sposa con Ivana Cremonesi. La loro unione è ben presto allietata dalla nascita di Damiano ma quando tutto sembra andare per il meglio: lavoro sicuro, unione felice, un figlio maschio ed un altro in arrivo ecco in agguato la tragedia. In ospedale il secondo parto non appare particolarmente difficile ma improvvisamente la situazione precipita. Nonostante il tempestivo intervento i medici non riescono far altro che salvare la vita del piccolo (cui verrà dato il nome di Fabrizio) ma non quella di Ivana. Lino affranto dal dolore con un bimbo di un anno ed un altro di pochi giorni lascia la casa di Caselle e torna nella casa paterna dove sua mamma, aiutata dalle figlie, si fa carico dello svezzamento e della crescita dei due piccoli. Ma la vita continua ed anche il lavoro. Lino, anche per tenere la mente più impegnata, dopo circa sei mesi chiede ed ottiene dai suoi padroni di cambiare mansione e di fare l’autista. Per alcuni anni così gira per corti, contrade e paesi della provincia e non solo per ritirare e consegnare ruote e pneumatici sempre per la ditta Ferrarini e Gionni. Un uomo forte e vigoroso pur nel dolore deve pensare alla famiglia ed andare avanti ed è così che Lino trova una nuova compagna. Nell’ottobre del ’61 si sposa con Maria Ferrarese e prende casa in Barbasso dove rimane però solo qualche mese perché all’inizio dell’anno successivo accade, quasi per caso, il fatto che dà una svolta alla sua vita. Per gli imperscrutabili disegni del destino accade che una mattina Lino, di ritorno da San Martino Buon Albergo dove ha prelevato un carico di pneumatici, si fermi in piazza a Mozzecane a prendere un caffè nel bar della signora Bombana detta “la Medaina”. Parlando del più e del meno il discorso cade sul vicino distributore di benzina recentemente chiuso per i magri guadagni e che nessuno vuole prendere in affitto. Sulla strada del ritorno Lino prende la decisione della vita. Presi accordi con il proprietario dell’immobile, tale Ruffini, si licenzia dal lavoro ed apre lì la sua attività di benzinaio e gommista. Ed all’inizio è veramente dura, nella nuova casa si porta la sola moglie Maria mentre i figli rimangono con i nonni. In Mozzecane non conosce nessuno, soldi ne ha pochi per non dire nulla ma oltre al coraggio, che mai negli anni gli è venuto a mancare, ha tanta capacità, forza e voglia di lavorare. Lino che è di carattere allegro ed estroverso e sempre pronto alla battuta è di parola ed istintivamente ispira fiducia ed è forse anche per questo che ottiene facilmente il credito necessario per l’avvio dell’impresa. La ditta Barbieri di Mantova gli cede a poco prezzo la sua prima attrezzatura per gommista, da pagare a rate. Il suo primo cliente, Enrico Totola, con una cariola gli porta da riparare una gomma di “careta” agricola. Lino intuisce subito, e sarà la vera forza della sua futura grande azienda, che si deve attrezzare anche per andare a riparare gomme a domicilio e così dai Gibelli di Pestanere di Roverbella, ai quali resterà per sempre legato da profonda stima ed amicizia compra, sempre a rate, un camioncino che subito attrezza. Lino ricorda bene anche il suo primo mancato cliente del distributore di benzina. Appena aperto tale Gino vuole fare il pieno della moto a credito. Allora il libretto su cui si segnavano i debiti si usava quasi dappertutto, io vi ripeto, tradotto in veronese quello che Gino si sentì dire in mantovano < “quel de prima l’ha serà parchè el fasea masa crediditi, ho apena verto e credeme proprio no poso, torna quando te gh’è” i schei>. Anni e anni di lavoro allietati dall’arrivo di altri quattro figli Ivano, Ivo, Sabrina e Denis quasi tutti impiegati nella azienda di famiglia (meno che Ivo che ne ha una propria in quel di Barbasso). Azienda che, chiuso prima il distributore di benzina, poi si è trasferita, verso la fine degli anni ’80, nella più ampia sede acquistata da Alfio Casati sita sulla statale (all’inizio del paese, venendo da Villafranca. Lino, anche per lavoro, gira il mondo: Germania, Grecia, Spagna, Russia, Egitto, Tunisia, Filippine, Brasile e Cina, di cui alcune banconote conserva ancora per ricordo. Ceduta infine ai figli l’attività si dedica “a tempo pieno” alla sua passione, la caccia. Passione ereditata dal papa Virgilio che fin da bambino se lo portava dietro in campagna nelle lunghe giornate di un tempo che fu quando il ritmo del vivere, scevro da orpelli elettrici ed elettronici, era dettato dalla luce del giorno e dal lento scorrere delle stagioni. La prima licenza di caccia il babbo gliel’ha fatta prendere che era ancora un ragazzo e da allora l’ha sempre rinnovata tutti gli anni successivi, nella buona e cattiva sorte, ultima la recente perdita anche della seconda moglie Maria, Lino non ha mai saltato una stagione venatoria, ritagliandosi magari “scampoli” di tempo tra un lavoro e l’altro per la sua grande passione che ha portato avanti fino alla fine dei suoi giorni. Senza del Lino anche per me le giornate di caccia non saranno più le stesse.
Alla prossima
di Rico Bresaola

