Giorno del ricordo 2025 – Vae victis! Guai ai vinti! Mescolando volutamente nell’efferatezza omicida militari e civili del confine orientale, rei d’essere italiani e, cioè, secondo ideologia comunista, fascisti.
È quanto avvenne soprattutto nelle due tragiche fasi della feroce pulizia etnica attuata dall’Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia (formazioni partigiane comuniste contro fascisti e nazisti occupanti capeggiate da Josip Broz, noto come Tito, Kumrovec, 7 maggio 1982 – Lubiana, 4 maggio 1980) contro la popolazione autoctona italiana di Istria, Dalmazia e Venezia Giulia, dopo l’8 settembre 1943 ed in seguito all’entrata a Trieste, il 1° maggio 1945, della IV Armata dell’esercito jugoslavo, tra cui il IX Corpus sloveno, nei quaranta giorni successivi. Giorni di paura ed atrocità a cui seguirono ulteriori angherie ed intimidazioni, commesse pure da partigiani comunisti rinnegati italiani favorevoli all’espansione della Jugoslavia fino alla linea Isonzo-Natisone.
Di questo e molto altro ha parlato a Porta Palio il senatore di Fratelli d’Italia Roberto Menia (Pieve di Cadore, Belluno, 3 dicembre 1961, vicepresidente della 3^ Commissione Affari esteri e Difesa), tornato a Verona il 7 febbraio scorso in occasione del Giorno del Ricordo che, dal 2005, commemora a ad ogni 10 febbraio torture, uccisioni (anche nelle foibe, voragini delle aree carsiche) e lo spostamento forzato dalle minacce di quasi tutta la popolazione italiana dai luoghi generazionali e nativi istriani, fiumani e dalmati, lasciando i propri averi in mano agli jugoslavi.
Circostanze colpevolmente sottaciute per decenni e finalmente riemerse per occupare un posto di diritto nella storia e nella verità.
Menia, particolarmente sensibile a quei dolorosi eventi anche in quanto figlio di un’esule istriana da Buie a Trieste, è stato il determinato primo promotore della legge 30 marzo 2004, n. 92, che ha istituito il 10 febbraio quale Giorno del ricordo, approvata il precedente 16 marzo in modo quasi unanime, a parte l’opposizione d’una ventina di irriducibili deputati e senatori di sinistra del tutto ottenebrati da concezione comunista antioggettività ad oltranza.
L’art. 1 della legge sancisce che “La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale Giorno del ricordo al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”.
Il 10 febbraio è connesso al giorno del 1947 nel quale, a Parigi, venne firmato il Trattato di pace tra l’Italia e le potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale che assegnò alla Jugoslavia i territori di Istria, Quarnaro, Zara con provincia e gran parte della Venezia Giulia. In pratica, l’Italia cedette alla Repubblica socialista federale di Jugoslavia sezioni di quanto ottenuto dal Trattato di Rapallo del 12 novembre 1920 (Alta Valle dell’Isonzo, Valle del Vipacco, porzioni dell’Altipiano carsico, Istria quasi per intero incluse le isole adriatiche di Cherso, Lussino, Lagosta e Pelagosa, Zara e Fiume, quest’ultima attribuita all’Italia dal Trattato di Roma del 27 gennaio 1924).
L’incontro col sen. Menia, autore del libro “10 febbraio. Dalle foibe all’esodo”, s’è tenuto nella sala conferenze “Luciano Giavoni” (architetto) della Società di mutuo soccorso di Porta Palio, fondata il 24 maggio 1882.




Dopo i brevi interventi dell’on. Ciro Maschio (Negrar, Verona, 23 luglio 1971, presidente della 2^ Commissione Giustizia della Camera dei deputati), Luca Mascanzoni (coordinatore del Circolo cittadino di Fratelli d’Italia che ha organizzato l’appuntamento), Massimo Mariotti (capogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio comunale) Athos Arzenton (presidente dell’Ari, Associazione radioamatori italiani di Verona), Giuseppe Fratton (storico e presidente della Federazione nazionale artiglieri della provincia di Verona), il microfono è passato al sen. Menia. Che ha subito sottolineato l’italianità di quelle terre perdute, «Il concetto d’Italia nei secoli sancito anche dal sommo Dante ne “La Divina commedia”, nella terzina del Canto IX dell’Inferno: Sì come ad Arli, ove Rodano stagna, sì com’a Pola, presso del Carnaro ch’Italia chiude e suoi termini bagna (Proprio come ad Arles, dove il Rodano s’impaluda, e come a Pola, presso il golfo del Quarnaro che è ai confini d’Italia e li bagna)».

«Dall’irredentismo di un’Italia che ha conseguito tardivamente la sua unità al revanscismo, con cui noi veniamo contestati oggi per il 10 febbraio del Giorno del ricordo. Legiferato molto postumo riguardo agli accadimenti ed alla memoria delle circa 10mila vittime italiane infoibate od ammazzate in genere e per i 350mila italiani costretti ad andarsene. Le prime foibe conseguenti all’8 settembre 1943 furono il risultato d’una miscela esplosiva nazional-comunista che reagì, secondo la corrente di pensiero di “certi” professori, “contro la dominazione italiana dell’Istria”. Per procedere all’eliminazione della componente italiana i titini dovettero, prima di tutto, occuparsi dell’uccisione della classe dirigente, di militari e carabinieri. Nel mio libro menziono Lidia Cernecca che ebbe il padre, buono, preso a botte dai partigiani comunisti, incanutito per il trattamento disumano, messo al giogo, portato a scavarsi la fossa, lapidato, decapitato. E la testa portata altrove per togliergli i denti d’oro e poi giocarci mostruosamente a calcio».

«Ivan Motika, detto “il boia di Pisino”, esercitò il suo potere criminale nel castello di Montecuccoli, appunto a Pisino, in Istria. Fece arrestare gente per farla portar via in corriere che poi tornarono senza passeggeri e con gli indumenti degli infoibati. Il martirio di don Angelo Tarticchio, parroco di Villa di Rovigno, preso, torturato, che pregò e fece pregare i destinati alla morte come lui, infine ucciso. Venne riesumato completamente nudo, con una corona di spine in testa ed i genitali mutilati e ficcati in bocca. Potrei andare avanti ore a raccontare altri fatti orribili come questi».

«Le foibe furono la prima parte dell’odio comunista ed espansionista. Gli italiani capirono l’impossibilità a vivere in quel clima di terrore. L’esodo cambiò la fisionomia dell’area geografica. Quattromila persone sparirono da Trieste già nei primi quattro giorni dall’afflusso delle forze partigiane titine. Oggi è nota l’orrenda traversia di Norma Cossetto, arrestata, seviziata e stuprata prima d’essere infoibata. Il suo corpo, rinvenuto e recuperato, fu il solo a non essere in decomposizione. La pìetas dovrebbe essere un sentimento comune. E invece l’Anpi (Associazione nazionale partigiani d’Italia) di Cividale del Friuli afferma che la figura di Norma è “un simbolo fascista”».

«E, ancora, le tre sorelle Fosca, Caterina ed Albina Radecchi, a loro volta fermate, brutalizzate, violentate e gettate in una foiba. E l’ebreo Angelo Adam, antifascista deportato nel Lager di Dachau, sopravvissuto e ritornato a Fiume, arrestato con la moglie e fatto sparire. Così come successe alla figlia in cerca di notizie sui genitori».

«Oggi tutto, in quelle zone ex italiane, è sparito. Il dialetto non c’è più, le denominazioni cambiate. E l’Italia ha purtroppo rimosso tutto questo. I comunisti che commisero l’eccidio di Porzûs (sterminando partigiani “bianchi”, cattolici) rivendicarono il diritto della Jugoslavia ad occupare fino al Tagliamento. Il Giorno del ricordo, per me: “Non dobbiamo adorare le ceneri, ma custodire (ravvivare) la fiamma” (come diceva il compositore Gustav Mahler). Se si perde il ricordo, si perde la speranza».




Servizio, foto e video di
Claudio Beccalossi
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