40 anni fa, il 28 gennaio 1982, il generale di brigata americano James Lee Dozier (Fort Myers, Contea di Lee, Florida, 10 aprile 1931), rapito dalle Brigate Rosse a Verona, venne liberato in un appartamento a Padova da un’incursione del Nocs (Nucleo Operativo Centrale di Sicurezza).
Per settimane il capoluogo scaligero fu sulle cronache internazionali per il clamoroso sequestro dell’allora sottocapo di Stato Maggiore Logistico delle Forze Terrestri Alleate (della Nato) del Sud Europa (Ftase, con quartier generale a Palazzo “Carli”, in via Roma).
La drammatica vicenda iniziò alle ore 17:00 del 17 dicembre 1981, quando il generale Dozier rincasò in lungadige Catena 5, dove abitava al sesto piano con la moglie Judith. Alle 18.00 circa quattro uomini spacciatisi per idraulici (secondo un’altra fonte, “due uomini in tuta blu” e stando ad un’altra, “cinque terroristi”) riuscirono a farsi aprire la porta ed a penetrare all’interno dell’abitazione. Dopo una colluttazione, nella quale il generale fu colpito alla testa con il calcio della pistola, venne anche immobilizzata la moglie ed ambedue legati (od ammanettati) ed imbavagliati. Rinchiusa Judith in bagno, misero il generale in una grande cassa od un baule e, scesi in strada, lo caricarono nel pulmino che stava aspettandoli e, poi, su un’auto alla quale erano stati tolti i sedili posteriori e che si diresse in direzione di Padova.
Alle 23:00 dello stesso giorno il rapimento venne rivendicato dalle Brigate Rosse con una telefonata all’Ansa. Le indagini furono subito affidate all’Ucigos (Ufficio Centrale per le Investigazioni Generali e per le Operazioni Speciali), alla Digos (Divisione Investigazioni Generali e Operazioni Speciali) e con l’Arma dei Carabinieri coinvolta nelle ricerche.
Il generale subì una sorta di “processo” nella cosiddetta “prigione del popolo”, un appartamento di cinque stanze al primo piano d’un condominio popolare, sopra un supermercato, in via Pindemonte 2, a Padova. Proprietario era il medico Mario Frascella che mise l’immobile nelle mani della figlia secondogenita Emanuela.

Dozier languì in una tenda verde da campo montata nel soggiorno insonorizzato, su un materassino di gomma, con il piede sinistro e la sua mano destra (od ambedue i piedi) incatenati al palo centrale della tenda. I terroristi lo costrinsero ad ascoltare costantemente, con delle cuffiette alle orecchie, musica hard rock ad alto volume per frastornarlo ed impedirgli d’ascoltare le loro conversazioni. Per questo trattamento lamentò poi una lesione permanente all’orecchio destro. All’interno era continuamente accesa una lampadina da 40 watt per non permettere al prigioniero di distinguere il giorno e la notte.
Il suo incubo finì attorno alle 11:30 del 28 gennaio 1982, quando scattò il blitz dell’operazione denominata Winter Harvest (“Raccolto invernale”) ed affidata a 10-12 membri del Nocs.. I cinque brigatisti sorpresi ed ammanettati furono Cesare Di Lenardo, Antonio Savasta, Emilia Libera, Emanuela Frascella e Giovanni Ciucci. L’alto ufficiale americano liberato (in tuta, con barba e capelli lunghi) proferì una frase destinata ad entrare nella storia del Nocs: «Wonderful, police!».

Il processo di primo grado a terroristi e “cani sciolti” della colonna veneta Anna Maria Ludmann “Cecilia” delle Brigate Rosse (irriducibili, “pentiti”, basisti, favoreggiatori), svoltosi tra l’8 ed il 25 marzo 1982 in Corte d’Assise, nell’ancora vecchia sede in Cortile Mercato Vecchio, a Verona, dopo sette ore e mezza di camera di consiglio, si concluse con condanne per complessivi 337 anni di reclusione.
Si smorzarono col passare del tempo certi “eccessi procedurali” da parte di identificati organi investigativi nell’ottica cinica del “fine che giustifica i mezzi”, oltre i limiti, però, d’uno Stato di diritto.
Claudio Beccalossi




