La retorica ufficiale (più che la memoria storica) veronese si ricorda dei resti sopravvissuti di quel particolare “contenitore” coatto di pena e dolore solo nella ricorrenza partigiana del cosiddetto “assalto al carcere degli Scalzi” avvenuto il 17 luglio 1944.
Come sempre e nonostante il graduale sfoltimento, per legge naturale, di interpreti e testimoni diretti oltre che di loro parenti prossimi, il “drappello d’onore” politico-amministrativo-associativo vive come di prammatica il succo della cerimonia celebrativa, con tanto di corona del Comune di Verona deposta sotto la lapide che sintetizza i fatti: “Qui la sera del 17 luglio 1944 sei giovani partigiani forzate le porte degli Scalzi trassero alla luce della lotta dal carcere fascista un compagno di fede e di ardimenti. Nella eroica impresa colpiti dal piombo dei tiranni Lorenzo Fava e Danilo Pretto caddero per risorgere araldi di libertà e di pace nel cielo della speranza”.
Poche vestigia ricordano l’ex convento poi ex luogo di prigionia, demolito con il beneplacito della Soprintendenza
Galeotta fu la Soprintendenza che, il 10 novembre 1969, al capezzale dei resti dell’ex convento ed ex carcere, stabilì che “trattasi di edificio per la maggior parte diroccato per ragioni belliche ed ormai quasi nullo di interesse artistico”, spianando la strada all’abbattimento delle malridotte strutture in vista d’un complesso residenziale “nobile”, destinato ad uffici.
Con l’intervento della ruspa, così, fu tagliato l’esile cordone ombelicale che, ancora, univa quelle mura superstiti a rilevanti cronologie, oggi nemmeno riassunte in un’utile (ed economicamente abbordabile) tabella o pannello in loco, o quant’altro, di descrizione dell’edificio e degli eventi passati, ad uso e consumo di cittadini e turisti. Verona sfuggente preferisce cavarsela, ogni anno, con la corona d’alloro d’occasione e con triti e ritriti discorsi ufficiali…


Prima d’assolvere la sua funzione detentiva, l’edificio (in via Carmelitani Scalzi, nel centro scaligero) fungeva da convento dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi addossato alla stessa chiesa degli Scalzi. Il complesso fu eretto tra il 1666 ed il 1750 venendo poi soppresso nel 1806 per “decreto napoleonico” e “riciclato” come carcere dal 1883 al 1944.
Tra le mura detentive furono rinchiusi 6 dei 19 membri del Gran Consiglio del Fascismo firmatari dell’“Ordine del giorno Grandi” che causò la caduta del fascismo
Dopo l’annuncio dell’armistizio firmato a Cassibile (Siracusa) il 3 settembre 1943 tra il Regno d’Italia e le forze angloamericane alleate (e reso noto ufficialmente dal Capo del Governo e maresciallo d’Italia Pietro Badoglio l’8 settembre 1943) ed i successivi avvenimenti (l’intervento dei nazisti secondo il già pronto “Piano Alarico” e la costituzione della Repubblica Sociale Italiana, RSI), il vecchio carcere assunse il ruolo di “prigione di Stato” del regime fascista, soggiacente al Terzo Reich, che designò Verona quale una delle sedi del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato della RSI incaricato, anche e soprattutto, di giudicare i 19 membri (su 28) del Gran Consiglio del Fascismo (riunitosi dalle ore 17 di sabato 24 fino alle 3 di domenica 25 luglio 1943) che votarono l’“Ordine del giorno Grandi”, causando la caduta del fascismo e l’arresto di Benito Mussolini.
In vista della cattura e della detenzione di tutti i 19 “colpevoli” firmatari fu reso disponibile l’intero primo piano del luogo di detenzione veronese che poi servì alla reclusione di 6 effettivamente “beccati” (Galeazzo Ciano, Emilio De Bono, Giovanni Marinelli, Carlo Pareschi, Luciano Gottardi e Tullio Cianetti).
La detenzione del genero del Duce, Gian Galeazzo Ciano e l’intreccio spionistico-sentimentale con Frau Beetz
Gian Galeazzo Ciano (Livorno, 18 marzo 1903, conte di Cortellazzo e Buccari, genero del Duce quale marito di Edda, sposata il 24 aprile 1930) varcò il carcere degli Scalzi il 19 ottobre 1943 e, come si sa, fu implicato in una possibile liberazione in cambio della consegna di suoi diari (stilati tra il 1939 ed il 1943 ed oggi considerati importanti documenti storici), in un intreccio tra Ernst Kaltenbrunner (comandante in capo del RSHA, Reichssicherheitshauptamt, Ufficio centrale per la sicurezzadel Reich, dal 1° gennaio 1943), l’SS-Standartenführer Wilhelm Höttl (capo dello spionaggio tedesco a Roma per l’Italia e per il sud Europa) e la sua segretaria, Frau Beetz (dal cognome del marito, Gerhard Beetz, nota anche come la Burkhardt o Felicitas/Felizitas Beetz), cioè Hildegard Gertrud Burkhardt, agente del RSHA con il grado di maggiore.




Donna controversa, quest’ultima, che bazzicò spesso (e volentieri, anche per supposti intrallazzi sentimentali con Ciano) nella prigione degli Scalzi fino alla fucilazione alla schiena, l’11 gennaio 1944, al poligono di tiro di Forte San Procolo (Vorwerk St. Procolo, opera difensiva austriaca eretta tra il 1840 ed il 1841 sotto il maggiore generale Franz von Scholl, direttore dell’Imperiale Regio Ufficio delle Fortificazioni di Verona) dei 5 (meno Cianetti, condannato a 30 anni di reclusione) riconosciuti colpevoli d’“alto tradimento”.



Il conforto ai reclusi da parte di don Giuseppe Chiot
Nei drammatici frangenti connessi al “processo di Verona” emerse una figura d’alta levatura morale, il parroco dal 1914 della chiesa di San Luca don (poi monsignor) Giuseppe Chiot (Ala, Trento, 13 luglio 1879 – Verona, 16 marzo 1960), ordinato sacerdote nel 1902, cappellano del carcere stesso degli Scalzi fino al 1946 e vicino ai condannati (assieme al frate francescano Dionisio Zilli) fino all’ultimo, fin sul luogo dell’esecuzione.


Fu lui a raccogliere le ultime parole di Ciano davanti al plotone: «Faccia sapere ai miei figli che muoio senza rancore per nessuno. Siamo tutti travolti nella stessa bufera». Don Chiot appare in un filmato dell’Istituto Luce prima rassegnato testimone e dopo la fucilazione, chinato a segnare la fronte di Ciano. In seguito, fu interpellato in più occasioni da Benito Mussolini, nel periodo residente a Gargnano sul Garda, desideroso d’apprendere i particolari dei momenti estremi di Galeazzo.
In ricordo di mons. Chiot è stato apposta una lapide con la sua effige, nell’atrio laterale della chiesa di San Luca, che cita: “Per intuito materno tra i suoi angeli benefici Verona collocò tale guida spirituale per cinquant’anni teste di cristiana carità assurta ad eroismo nell’ora più disumana della storia”.


Quasi di fronte ai “cimeli” dell’ex carcere, dall’inaugurazione del 25 aprile 1989 troneggia un monumento a don/mons. Chiot nel largo omonimo dedicato al prete dell’ascolto e del conforto. È opera di Vittore Bocchetta (Sassari, 15 novembre 1918 – Verona, 18 febbraio 2021) che, oltre che scultore, pittore, scrittore ed antifascista, fu un risoluto esponente della Resistenza, rinchiuso in due occasioni nel carcere degli Scalzi (dove ricevette le visite di don Chiot) e deportato dapprima nel campo di transito di Bolzano (Polizei und Durchgangslager Bozen, anche Dulag Bozen), poi nel campo di concentramento/Konzentrationslager, KLdi Flossenbürg e nel sottocampo di Hersbruck infine, riuscendo a cavarsela dopo l’evacuazione per l’avvicinarsi degli angloamericani.




Porta la firma di Bocchetta pure l’“obelisco” d’acciaio, alto più di 7 metri, collocato dal 25 aprile 1988 dietro ai “ricordi” dell’ex carcere degli Scalzi, in uno spazio tra la recente costruzione e la chiesa. Scandisce i nomi degli interpreti del sanguinoso episodio partigiano dell’“assalto al carcere degli Scalzi” del 17 luglio 1944.
Celle per vari antifascisti, tra cui condannati a morte od alla deportazione
La prigione degli Scalzi non rinchiuse solo alcuni big firmatari dell’“Ordine del giorno Grandi” od altri oppositori di regime. Nel dicembre 1943 le celle si spalancarono per 10 “sovversivi” legati all’avvocato Giuseppe Tommasi, ritenuti non a ragione il primo Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), tra i quali figurava l’antifascista Norberto Bobbio (Torino, 18 ottobre 1909 – Torino, 9 gennaio 2004, filosofo, giurista, storico, politologo e senatore a vita), arrestato il 6 dicembre 1943 a Padova e poi condotto nel carcere veronese. Alcuni trascorsero qualche mese in cella ed altri, condannati, ritrovarono la libertà con la fine del conflitto.
Gli angusti spazi detentivi diventarono il limbo anche per vari generali ed ammiragli italiani caduti nelle grinfie dei nazisti dopo l’8 settembre 1943 per essere deportati in Germania.
Due nomi illustri per tutti: Luigi Mascherpa (Genova, 15 aprile 1893, contrammiraglio nella Regia Marina) e Inigo Campioni (Viareggio, 14 novembre 1878, ammiraglio nella Regia Marina), consegnati alla Repubblica Sociale Italiana e passati dal carcere degli Scalzi all’altro di San Francesco di Parma, l’8 aprile 1944, per essere processati il 22 maggio successivo e condannati a morte per alto tradimento (“per aver violato l’articolo 103 del Codice penale di guerra”) mediante fucilazione al petto dal Tribunale Speciale della città emiliana, con sentenza eseguita il 24 maggio nel poligono di tiro locale.


All’inizio di luglio 1944 furono arrestati gli appartenenti del CLN provinciale scaligero (Francesco Viviani, Giuseppe Deambrogi, Giovanni Domaschi, Guglielmo Bravo, Angelo Butturini, appunto Vittore Bocchetta, assieme ai loro consiglieri militari, il colonnello Paolo Rossi, il maggiore Arturo Zenorini ed il maresciallo Mario Ardu).
Vennero tradotti dapprima alle casermette di Montorio Veronese e, trascorse due settimane, al carcere degli Scalzi prima della loro deportazione nei Lager nazisti das cui riuscirono a scampare solo Bocchetta, Rossi e Zenorini.
L’“assalto agli Scalzi” per liberare Giovanni Roveda che causò la morte dei gappisti Danilo Preto e Lorenzo Fava
Il 6 gennaio 1944 fu imprigionato agli Scalzi Giovanni Roveda (Mortara, Pavia, 4 giugno 1894 – Torino, 17 novembre 1962, antifascista, sindacalista, politico, primo sindaco di Torino dopo la Liberazione, segretario generale del sindacato FIOM – Federazione Impiegati Operai Metallurgici – membro della direzione nazionale del PCI, senatore della Repubblica), arrestato a Roma il 21 dicembre 1943.
È per la sua liberazione che passarono all’azione i Gruppi d’Azione Patriottica (GAP), attorno alle ore 18:20 del già menzionato 17 luglio 1944, con un commando formato da Emilio Moretto “Bernardino”, Vittorio Ugolini, Aldo Petacchio (talvolta nominato in resoconti storici come Petacchi), Berto Zampieri, Danilo Preto (a sua volta citato spesso in rievocazioni con il cognome Pretto) e Lorenzo Fava, i due ultimi destinati a morire in seguito alla sparatoria ingaggiata con militari fascisti repubblicani dopo essere riusciti ad entrare nel carcere, tagliato i fili del telefono ed aver prelevato Roveda al primo piano ed essersi infilati (tutt’e sette!) nell’auto Lancia Artena che… non partì.
Costretti a scendere per rispondere al fuoco e per spingere il veicolo, riuscirono a ripartire pur avendo le gomme a terra, con Preto moribondo per i quattro proiettili in corpo e Fava ferito gravemente, l’unico poi caduto nelle mani dei nazifascisti dai quali venne torturato spietatamente prima d’essere “giustiziato”.
Le gravi lesioni provocate dal bombardamento aereo della Raf dell’11 ottobre 1944
Il bombardamento aereo perpetrato nella notte dell’11 ottobre 1944 dagli inglesi della RAF (Royal Air Force) coinvolse linee ferroviarie e tranviarie cittadine, Porta Vescovo e Porta Nuova, la chiesa di Santa Teresa degli Scalzi, comandi tedeschi tra Porta Palio e Borgo Milano, la caserma dei carristi in corso Porta Palio e quella dell’ex 8° Artiglieria (dove morirono più di trecento militari tedeschi), con una cinquantina di vittime civili. La doppia incursione aerea lesionò pesantemente lo stesso carcere degli Scalzi, costringendo al graduale trasferimento dei detenuti fino al 28 ottobre 1944.


Sopravvissero, stando a fonti, il lato della facciata sulla via (parte dell’antico convento riadattata secondo l’architettura militare austriaca), le celle voltate, i corridoi a vela, le scale con i pianerottoli quadrilobi e qualche altro elemento.
L’occasione perduta di fare dei resti restaurati dell’ex carcere un “museo-memoriale di italiani contro”
La struttura fatiscente campò fino a quando dei “padreterni” decisero di farla radere al suolo, colpo di spugna che riguardò anche gli angosciosi trascorsi umani di illustri ed anonimi reclusi.

Se fosse stata decentemente restaurata, avrebbe potuto diventare l’ideale “museo-memoriale di italiani contro”, contenitore espositivo (di reperti, documenti, testimonianze e cronache) del percorso ingrato da convento a galera… Invece, un cosciente ground zero tolse velleità in funzione mnemonica, lasciando solo patetici souvenirs sui quali s’interrogano frettolosi astanti magari ignari, o quasi, dei fantasmi di tanto passato.




Servizio di Claudio Beccalossi



