Sta sbiadendo la scritta sulla massiccia colonna tronca dedicata a Sergio De Simone nella tragedia dell’Olocausto, collocata nel parco comunale affacciato alla rotonda tra le vie Amedeo Carisio e Po, nella Quarta Circoscrizione. La dicitura “Sergio De Simone Simbolo di tutti i bambini vittime di violenza” appare stinta, così come basamento e colonna risultano trascurati, intaccati da umidità e sporcizia. E la stessa tabella informativa davanti è alquanto imprecisa nella narrazione degli eventi reali.








Per rispetto continuo (non solo in prossimità del Giorno della memoria, ad ogni 27 gennaio) il particolare memento andrebbe periodicamente revisionato per tutela, provvedendo ad un eventuale intervento conservativo, se necessario. Ma questo è solo un banale suggerimento, non richiesto…
La deportazione: da Trieste ad Auschwitz II Birkenau
Sergio (Napoli, quartiere Vomero, 29 novembre 1937 – Amburgo, 20 aprile 1945) nacque da Edoardo, cattolico, sottufficiale della Regia Marina e da Gisella Perlow, ebrea, conosciutisi a Fiume e, dopo il matrimonio, stabilitisi a Napoli. Nell’agosto del 1943, in seguito al richiamo di Edoardo agli obblighi militari, Gisella si spostò con Sergio presso madre, fratelli e sorelle a Fiume, come d’abitudine in altre occasioni vacanziere. Gli eventi, però, precipitarono. La città venne inglobata dai nazisti, dopo l’8 settembre 1943, nella Zona di Operazioni del Litorale Adriatico (Operationszone Adriatisches Küstenland, dall’acronimo OZAK), sovranità del Reich comandata dal Gauleiter della Carinzia Friedrich Rainer.



Tramite l’atto ignobile d’un delatore, il 21 od il 28 marzo 1944 i tedeschi prelevarono otto membri della famiglia Perlow, inclusi Gisella, il figlio Sergio e le cuginette Tatiana (all’anagrafe Liliana) ed Andra (diminutivo di Alessandra) Bucci (6 e 4 anni), le più giovani italiane poi sopravvissute all’inferno concentrazionario di Auschwitz.
La loro prima tappa fu il campo di detenzione di polizia (Poliezeihaftlager) della Risiera di San Sabba, a Trieste, unico a disporre d’un forno crematorio tra i luoghi di prigionia razziale e politica in Italia. Vennero inclusi nella deportazione al KL o KZ (Konzentrationslager) Auschwitz II Birkenau, su un treno partito da Trieste il 29 marzo e composto per ebrei, compresi quelli fatti prigionieri nell’isola di Rab ed i ricoverati negli ospedali cittadini. In tutto sommarono più di 130 ebrei. 120 tra loro sono stati identificati in ricerche storiche.
Il convoglio, dopo un viaggio in condizioni allucinanti, giunse a destinazione il 4 aprile. Passarono la prima selezione 29 uomini e 53 donne (compresi bambini e bambine) tra cui mamma Gisella ed il figlio Sergio. Di questi solo 14 scamparono alla Shoah. Gli altri non ammessi furono subito eliminati nelle camere a gas.
Sergio, Andra e Tatiana vennero assegnati al Kinderblock, la “Baracca n. 11”, la “Baracca dei bambini”, dove, nel novembre 1944, il famigerato medico nazista SS-Hauptsturmführer (capitano) Josef Rudolf Mengele (Günzburg, Germania, 16 marzo 1911 – Bertioga, Brasile, 7 febbraio 1979, soprannominato dagli internati Todesengel, “Angelo della morte”, criminale di guerra braccato particolarmente dai servizi segreti israeliani ma che sfuggì al giudizio degli uomini morendo per un ictus durante una nuotata) selezionò venti piccoli (dieci maschi e dieci femmine, acquisendo la loro fiducia col perfido invito «Chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti!») da trasferire al KZ Neuengamme, situato in un sobborgo a sud-est di Amburgo.
Nelle mani del medico criminale di guerra Kurt Heissmeyer
Furono messi alla mercé di fallimentari ed inumani esperimenti medici per nuove terapie contro la tubercolosi, su soggetti appositamente infettati, condotti da un altro traditore del “giuramento d’Ippocrate”, il medico criminale di guerra Kurt Heissmeyer (Magdeburgo, 26 dicembre 1905 – carcere di Bautzen, 29 agosto 1967).
Nonostante la sua ignoranza scientifica negli ambiti dell’immunologia e della batteriologia, con vaghe conoscenze di studi settoriali considerati comunque inattendibili e non pago dei risultati negativi dei precedenti test su prigionieri sovietici, polacchi e non solo, Heissmeyer, avvalendosi di importanti amicizie tra le gerarchie naziste, volle continuare le sue ottuse sperimentazioni su bambini ebrei. Il suo assillo furono i focolai d’infezione, costituiti dall’iniettare sottopelle alle malcapitate cavie umane bacilli tubercolari, in grado di generare difese immunitarie da utilizzare come vaccini contro la tubercolosi polmonare.
Sergio De Simone, quindi, unico italiano, venne aggregato ai 19 bambini: i polacchi Mania Altman, Lelka Birnbaum, Surcis Goldinger, Riwka Herszberg, Marek James, Lea (Lola) Klygerman, Bluma (Blumel) Mekler, Eduard (Edulek) Reichenbaum, Marek Steinbaum (Szteinbaum), H, Wassermann, Eleonora (Lenka) Witońska, Roman (Romek) Witoński, Roman Zeller, Ruchla Zylberberg. E Alexander (Lexje) Hornemann e Eduard (Edo) Hornemann dei Paesi Bassi, Walter (Jacob?) Jungleib della Cecoslovacchia, Georges-André Kohn e Jacqueline Morgenstern della Francia.
Raggiunsero Neuengamme il 29 novembre 1944 (fatalmente giorno del settimo compleanno di Sergio) al seguito della dottoressa Paulina Trocki e di tre infermiere polacche. S’occuparono di loro i medici francesi René Quenouille e Gabriel Florence e gli infermieri olandesi Anton Hölzel e Dirk Deutekom.
Essendo lo stato di salute determinante per l’andamento delle prove, i marmocchi vennero trattati sufficientemente bene per alcune settimane fino a quando Heissmeyer, il 9 gennaio 1945, stabilì l’approccio diretto con varie inoculazione individuali dei bacilli tubercolari che li portarono a contrarre la malattia. All’inizio di marzo i bambini, in preda alla febbre, subirono l’intervento chirurgico d’asportazione dei linfonodi ascellari che, stando alle convinzioni del medico nazista, avrebbero generato gli anticorpi alla tubercolosi. Di quell’esaltazione pseudo scientifica sopravvissero le venti fotografie d’ogni piccolo a torso nudo, rasato a zero, col braccio destro alzato per evidenziare l’incisione praticata nell’ascella.
Tanta crudele ambizione, di nuovo, non servì a nulla e gli esperimenti si rivelarono un ennesimo bluff. Il 12 marzo 1945, il patologo della clinica di Hohenlychen che analizzò le ghiandole linfatiche asportate, Hans Klein, stabilì l’assenza di qualsiasi anticorpo originato. Ma l’efferato e vigliacco Heissmeyer, con gli inglesi della British Army ormai nei paraggi del Lager di Neuengamme, decise d’andarsene lasciando al comandante del campo di concentramento, l’SS-Standartenführer (colonnello) Max Pauly, il da farsi riguardo ai bambini-cavie.
L’ordine da Berlino: «Eliminare tutti i bambini!»
Pauly, il 7 aprile 1945, chiese per iscritto al RSHA (Reichssicherheitshauptamt, Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich), a Berlino, come risolvere la spinosa questione dei piccoli detenuti del Revier IV (nel Krankenrevier, settore per malati o “Baracca 4a”, “Baracca dei bambini”, stando ad altra fonte), cinto da filo spinato e con le finestre imbiancate per impedire la visibilità dell’interno.
Il 20 aprile venne impartito a Pauly l’ordine d’eliminare qualsiasi indizio in merito a quanto avvenuto, dato che «il Dipartimento Heissmeyer è annullato». Una versione dei fatti afferma che il comando d’assassinare i bambini (con i due medici ed i due infermieri) arrivò da Berlino tra il 10 ed il 15 aprile da parte di Oswald Ludwig Pohl (Duisburg-Ruhrort, 30 giugno 1892 – impiccato a Landsberg l’8 giugno 1951), SS-Obergruppenführer (generale di Corpo d’armata), capo della SS-Wirtschafts-und Verwaltungshauptam (WVHA) o Ufficio amministrativo centrale delle SS, amico stretto di Kurt Heissmeyer.
Pauly riferì la decisione all’SS-Sturmmann (caporale) Anton Thumann incaricandolo di passarla al medico capo del Lager, Alfred Trzebinski (vice di Heissmeyer e supervisore degli esperimenti). L’ordine di trasferimento giunse nel Revier IV dall’SS-Untersharführer (sergente) e Rapportführer del KZ Neuengamme,Wilhelm Dreimann.
Così, nella notte tra l 20 ed il 21 aprile, le venti sfortunate creature (insieme ai loro protettori ed a 14 – o 24 – prigionieri di guerra sovietici, questi, forse, sopraggiunti), dopo essere state ancora meschinamente ingannate promettendo di far loro incontrare le mamme, furono portate con un camion del servizio postale nella scuola Bullenhuser Damm del quartiere Rothenburgsort di Amburgo che, dall’ottobre 1944, costituì una sezione distaccata del KZ Neuengamme (carcere per scandinavi).
Il camion fu condotto dall’autista Hans Friedrich Petersen col medico Alfred Trzebinski seduto a fianco. L’Exekutionskommando di Neuengamme (formato da Wilhelm Willy Dreimann, Adolf Speck ed Heinrich Wiehagen) prese posto tra gli internati. Giunti a destinazione, nello scantinato dell’edificio scolastico vuoto e presidiato da Johann Frahm ed Ewald Jauch (coinvolti a loro volta nel massacro), vennero dapprima soppressi i medici francesi e gli infermieri olandesi (che cercarono di tutelare ed accudire i ragazzini fino all’ultimo) e sei reclusi russi.




Ai bambini, malati, deboli per i tormenti ed insonnoliti, venne praticata un’iniezione di morfina dal dottor Trzebinski e poi furono impiccati ai muri. «Fu messa loro intorno al collo una corda e furono appesi a un gancio… wie Bilder an die Wand… come quadri alla parete…» (dalla deposizione di Johann Frahm, il 2 maggio 1946, durante il Processo Curio-Haus). La notte d’infamia assoluta si concluse trucidando gli altri otto (o diciotto, in base a dati diversi) detenuti sovietici.
Una giustizia che “dimenticò” alcuni colpevoli
Per l’eccidio vennero accertate dal procedimento giudiziario principale dei “Processi di Neuengamme” per crimini di guerra (che si svolse dal 18 marzo al 3 maggio 1946 nella Curio-Haus di Amburgo, in zona d’occupazione britannica della Germania, da un tribunale militare di Londra, passato alla storia come Curio-Haus-Prozess, Processo Curio-Haus) le responsabilità nell’eccidio dello stesso SS-Standantenfuhrer Max Johann Friedrich Pauly (Wesselburen, 1º giugno 1907 – impiccato nel carcere di Hameln l’8 ottobre 1946), diWilhelm Willy Dreimann (Osdorf, Hamburg, 18 marzo 1904 – impiccato nel carcere di Hameln l’8 ottobre 1946), dell’SS-Unterscharführer (sergente) o SS-Scharführer (sergente maggiore) o SS-Oberscharführer (maresciallo) – i gradi sono diversi secondo i riferimenti consultati – Adolf Speck (Kiel, 14 ottobre 1911 – impiccato nel carcere di Hameln l’8 ottobre 1946), dell’SS-Hauptscharführer (maresciallo capo) Heinrich Wiehagen (1901 – ucciso a Lubecca il 3 maggio 1945), dell’SS-Hauptsturmführer (capitano) Alfred Trzebinski (Jutroschin, 29 agosto 1902 – impiccato nel carcere di Hameln l’8 ottobre 1946), dell’SS-Unterscharführer (sergente)Johann Frahm (Kleve, Kreis Norderdithmarschen, 28 aprile 1901 – impiccato nel carcere di Hameln l’11 ottobre 1946), dell’SS-Oberscharführer (maresciallo) Ewald Jauch (Schwenningen, 23 aprile 1902 – impiccato nel carcere di Hameln l’11 ottobre 1946).
La giustizia non funzionò correttamente, invece, per altri gravemente colpevoli. Come il medico-criminale Kurt Heissmeyer, pur se non compartecipe dell’eccidio, che solo il 13 dicembre 1963 venne arrestato e poi condannato all’ergastolo il 30 giugno 1966 per le sue nefande sperimentazioni, morendo d’infarto in carcere il 29 agosto dell’anno successivo.
E l’SS-Obersturmführer (tenente) Arnold Strippel (Hessen, 2 giugno 1911 – Francoforte sul Meno, 1° maggio 1994) che, dopo vari tira e molla in tribunali, condanne comminate, ricorsi, sentenze annullate, addirittura risarcito per aver scontato una detenzione più lunga, liberato per motivi di salute ecc., scampò pure alla pena dovuta per l’atroce vicenda di Bullenhuser Damm, nonostante le accuse di complicità formulate da Trzebinski, Dreimann, Jauch e Frahm durante il Curio-Haus-Prozess. Il suo caso fu archiviato, nel 1987, dal Tribunale di Amburgo, sempre per le sue condizioni psicofisiche ed incapacità a reggere un processo (sic).
E, infine, l’SS-Unterscharführer (sergente) Hans Friedrich Petersen (Stoccarda, 1897 – Sonderburg, Danimarca, 1967), completamente dimenticato dal Processo Curio-Haus e che non fu mai convocato nemmeno come testimone (ancora sic).
I corpi della “strage degli innocenti” perpetrata nella scuola Bullenhuser Damm vennero riportati nel KZ Neuengamme per essere cremati.
Solo nel 1983 la mamma Gisella seppe quando e come morì Sergio
Intanto, la mamma di Sergio, Gisella Perlow, sopravvissuta alle dure condizioni nel Lager Auschwitz II Birkenau, dovette affrontare, nella primavera del 1945, lo spostamento nel KZ Ravensbrück, il più vasto campo di concentramento femminile (FKL, Frauen Konzentrationslager) nella Germania nazista, ubicato nel villaggio di Ravensbrück, presso Fürstenberg, 90 chilometri circa a nord di Berlino, liberato dall’Armata Rossa il 30 aprile 1945. Ridotta in estreme condizioni di salute, Gisella fu in grado di partire per l’Italia in novembre per poi ricongiungersi al marito Edoardo, a sua volta deportato, dopo l’8 settembre 1943, nel campo di lavori forzati di Dortmund.
Insieme cercarono disperatamente notizie del figlio, riuscendo infine a sapere del suo trasferimento da Auschwitz II Birkenau ad un altro Lager. Edoardo De Simone morì nel 1964 senza riuscire ad ottenere ragguagli sul destino di Sergio. Nel 1983 la mamma venne finalmente informata della tragedia nella scuola Bullenhuser Damm, tornata alla luce dopo tanti anni d’oblio e silenzi per merito del giornalista Günther Schwarber e, il 20 aprile 1984, partecipò alla cerimonia commemorativa ad Amburgo. «Non voglio credere che Sergio sia morto. – disse allora – Voglio diventare molto vecchia affinché egli abbia ancora una mamma quando ritornerà». Gisella morì nel 1988, a Napoli…
Servizio e foto d’attualità di
Claudio Beccalossi
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