Si è tenuto presso il Teatro SS. Trinità di Verona, un incontro pubblico intitolato “L’emergenza negata: la situazione nelle carceri italiane”, un momento di riflessione e denuncia sullo stato attuale del sistema penitenziario nel nostro Paese.
L’evento, organizzato dall’associazione “Il Mondo al Contrario”, ha visto la partecipazione di Gianni Alemanno, ex figura politica e oggi testimone diretto della realtà detentiva, in seguito ad una complessa vicenda giudiziaria che lo ha visto coinvolto direttamente, offrendo una prospettiva unica sulle criticità del sistema carcerario.
Autore del libro “L’emergenza negata”, Alemanno ha saputo svelare i paradossi, le rigidità e la disumanità di un apparato che troppo spesso spoglia il detenuto persino del proprio nome, riducendolo a un numero o una qualifica burocratica (“il pervenuto”, “il condannato”).
A moderare il dibattito è stato l’avv. Andrea Bacciga, mentre i saluti introduttivi sono stati affidati a Guido Giacometti, presidente dell’associazione organizzatrice. Al centro della discussione, l’intervento dell’avv. Stefano Gomiero, presidente della Camera Penale Veronese, che ha focalizzato l’attenzione sul collasso sistemico delle carceri e sulla drammatica perdita di umanità e dignità all’interno degli istituti di pena.
I dati emersi nel corso dell’evento costituiscono un quadro allarmante. Con decine di suicidi registrati dall’inizio dell’anno e negli anni precedenti, il sistema carcerario italiano viene descritto non più come un luogo di rieducazione, bensì come una vera e propria “discarica sociale”.
Particolare enfasi è stata posta sulla drammatica situazione del sovraffollamento, tristemente visibile anche nella realtà veronese: a fronte di una capienza regolamentare di circa 320 posti letto, gli istituti si ritrovano a fronteggiare tassi di sovraffollamento drammatici, arrivando ad ospitare il doppio dei detenuti rispetto agli spazi realmente disponibili, con celle di dimensioni ridotte (circa tre metri per due) condivise da più detenuti in condizioni igienico-sanitarie spesso al limite della sopravvivenza e della decenza.
La discussione ha richiamato con forza i principi fondamentali della Carta Costituzionale, in particolare l’articolo 27 – che vieta ogni trattamento disumano e stabilisce che la pena debba tendere alla rieducazione – e l’articolo 13, che tutela la persona da ogni violenza fisica e morale. È stato sollevato un interrogativo etico e giuridico cruciale: può lo Stato trasformarsi in carnefice e applicare una pena che assomiglia ad una vendetta? Una domanda che fa riflettere ancora di più se si pensa che gran parte delle persone dietro le sbarre è ancora in attesa di giudizio e, per Costituzione, va considerata innocente fino a prova contraria.
Il problema, tuttavia, affonda le sue radici in critiche strutturali ben più ampie, che trasformano gli istituti italiani in luoghi “antimeritocratici”: non solo la situazione critica della giustizia penale nel nostro Paese e le pesanti responsabilità del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP), ma l’idea stessa che il carcere debba ridursi a una funzione puramente punitiva, caratterizzata da una totale mancanza di disciplina di vita.
Come sottolineato da Alemanno, il carcere non è soltanto un problema circoscritto a coloro che lo vivono ogni giorno, ma rappresenta una vera e propria cellula malata della società, capace di contagiare e incattivire l’intero tessuto civile. Di fronte a questo fallimento, la risposta non possono essere i lavori forzati, ma la garanzia che tutti i detenuti possano svolgere attività e lavori socialmente utili, dando un senso concreto alla quotidianità detentiva.
L’appuntamento si è concluso con uno sguardo propositivo e orientato al futuro, richiamando l’impegno costante delle Camere Penali e l’avvio di iniziative di sensibilizzazione sul territorio, come il progetto “Cella in piazza” e mostre fotografiche dedicate.
La linea tracciata dai relatori è netta: alla disumanità bisogna rispondere con più umanità, puntando decisamente su un drastico calo del ricorso al carcere e su un potenziamento delle misure alternative, le uniche in grado di azzerare la recidiva e di restituire un reale senso di giustizia ed evoluzione civile. Come ricordava il celebre giurista Gustav Radbruch citato durante la serata: “Voler rieducare qualcuno togliendolo dalla società è come insegnare a nuotare a un bambino togliendolo dall’acqua.”
di Claudia Viani

