Non solo nel Cimitero Monumentale di Verona, edificato gradualmente dal 1828 ed opera dell’architetto Giuseppe Barbieri (Verona, 2 dicembre 1777 – Verona, 10 gennaio 1838), vige il doveroso rispetto a defunti impropriamente definiti “comuni” (perché mai nessun essere umano è “comune”, in quanto soggetto unico a tutto tondo) e per personalità che, in un modo o nell’altro, hanno dato lustro alla città o sono entrati nel ricordo collettivo per rimanervi.
E se il Pantheon Ingenio Claris del camposanto principale costituisce un po’ il sancta sanctorum del complesso, con le tombe di tanti illustri personaggi nelle più disparate discipline, non sono da meno altri camposanti periferici del comune, a loro volta custodi di particolari biografie.
Nello specifico, il riferimento riguarda il cimitero di Borgo Roma, nell’ambito della Circoscrizione 5^, formato da un settore originario centrale e da due ampliamenti successivi laterali, con entrate dalle vie Pasteur e Benedetti. Qui hanno trovato l’estrema dimora alcune figure connesse al giornalismo, alla politica, alla cultura, alla storia, alla cronaca che meritano almeno un accenno.
Nella cappella interna, a destra, sotto la supplica “O Signore, dona la pace ai nostri sacerdoti”, nell’elenco dei 14 preti lì sepolti risulta anche mons. Walter Pertegato (Grisignano di Zocco, Vicenza, 8 giugno 1930 – Verona, 14 novembre 1997), direttore responsabile del settimanale diocesano “Verona Fedele” dal 1967 al 1993. Mons. Pertegato è il quart’ultimo in ordine di data di decesso, dal primo menzionato (don Bellino Cecchini, arciprete, 1837-1911) all’ultimo (don Ennio Scarsini, 1936-2017).


Nell’intercolumnio a destra, rispetto all’ingresso da via Benedetti, nella tomba della famiglia Bellè riposa Emilio Mario De Rose detto “Mimmo” (Marano Marchesato, Cosenza, 27 marzo 1939 – Verona, 13 giugno 2018), medico, deputato e ministro dei Lavori Pubblici nel governo di Giovanni Goria (con giuramento il 29 luglio 1987, dimissioni l’11 marzo 1988 ed in carica fino al 13 aprile successivo, quando subentrò il governo di Ciriaco De Mita). In precedenza De Rose fu consigliere comunale ed assessore alla Cultura a Palazzo “Barbieri” dal 1975 al 1978.



Uomo di fiducia del leader socialdemocratico d’allora, Franco Nicolazzi, venne eletto due volte, nel 1983 e nel 1987, deputato alla Camera (legislature IX e X). Da esponente del Partito Socialista Democratico Italiano passò poi a Unità e Democrazia Socialista (scissione del PSDI) affluendo infine nel Partito Socialista Italiano. Massone dichiarato (a suo dire, “in nome della tradizione risorgimentale”) ed appartenente ad una Loggia veronese intitolata al 32° presidente americano Franklin Delano Roosevelt, s’orientò ideologicamente ai concetti liberal-socialisti dei fratelli Carlo e Nello Rosselli. Ebbe a che fare col giustizialismo di Tangentopoli, venendo poi assolto “perché il fatto non sussiste”.
Nello stesso intercolumnio, poco distante, la tomba di famiglia accoglie il professor Rosolino Borella, insegnante e scrittore. L’epigrafe con la sua foto riporta solo la data di morte (24 aprile 1991) ed un significativo epitaffio-testamento: “Si vive solamente per dare un grido al tempo che non fa più ritorno”.



Su di lui la ricerca in rete restituisce avaramente solo titoli e copertine di libri che scrisse messi in vendita in vari siti come opere usate, vintage. La bibliografia che ne esce e lo riguarda è certo incompleta: “Nel vento d’autunno Poesie della terra veneta” (1963), “Il viaggiatore di Dio” (1965), “Il Santuario di Madonna di Lonigo” (1969), la riedizione “Papa Giovanni Il viaggiatore di Dio” (1973), “Don Giovanni Calabria Un angelo sulla collina” (1976), “Lettere a Ida Biografia di Monsignor Venanzio Bini” (1979), “Colloqui con mia sorella” (1988), “Ignazio Drago L’uomo, l’educatore, il poeta” (1989), la riedizione “Un angelo sulla collina Il Beato Giovanni Calabria” (1990).






Borella fu maestro presso la scuola elementare “Bartolomeo Giuliari”, nell’omonima via, accanto alla chiesa parrocchiale di Gesù Divino Lavoratore. Dell’autore rimane solo un’eco sempre più flebile, sempre più lontana. Fino al definitivo oblio se qualcuno non interviene a… rinfrescarne la memoria.
In un loculo in basso a destra, accedendo da via Pasteur, giace Sereno Brasioli (21 ottobre 1902 – 10 settembre 1970), padre di Alfredo, famoso fumettista, illustratore, pittore, scultore ed incisore (Bovolone, Verona, 9 maggio 1935 – Roma, 22 novembre 2016), creativo soprattutto in periodici di matrice cattolica d’educazione e d’apprendimento per ragazzi (“Vera Vita”, “Voci d’Oltremare”, “Il Piccolo Missionario”, “La Giostra”, “Il Messaggero dei Ragazzi”) e disegnatore del fumetto “Ulix”, su sceneggiature di Alcide Montanari, per “Il Giornalino”. Sereno visse con la moglie Nella Maria Nosè (9 luglio 1905 – 4 febbraio 1991, tumulata nel Cimitero monumentale) ed i tre figli, prima che sgusciassero via altrove, in via Legnago, in Borgo Roma.


Alfredo ebbe figli dalla carriera altrettanto autorevole: Diego (diplomatico, tra l’altro ex console generale dal 2003 al 2007 a Los Angeles, USA, ex ambasciatore dal 2013 al 2017 a Bucarest, Romania, dal 15 giugno 2020 ambasciatore in Lussemburgo) e Paolo (architetto, progettista di alberghi e di interni per case, hotels, strutture gastronomiche e di benessere, mobili, lampade, accessori ed opere d’arte, residente da tempo a Berlino, contitolare dello studio quattro/architectura).
Alcune tombe di famiglia, collocate nell’area a sinistra entrando da via Benedetti, conservano le spoglie di giovani periti in tragedie lontane nel tempo ma pur sempre da rivangare. Come quella che coinvolse Serafino Lonardi, un muratore di 22 anni, che, nella sera del 18 gennaio 1922, annegò nel canale Giuliari nel tentativo di salvare lo stagnino ambulante Giovanni Errico che s’era gettato in acqua per suicidarsi.
E l’ulteriore che, il 22 giugno 1944, vide ucciso in piazza Cittadella Nereo Toffaletti, ferroviere di 19 anni, mentre con altri e sotto scorta nazifascista, era destinato alla deportazione. Molto probabilmente in un disperato tentativo di fuga, venne dapprima colpito da un milite fascista armato di moschetto e, poi, finito con le rivoltellate d’un soldato tedesco sceso da un camion. Tutto sotto gli occhi inorriditi dei genitori e del fratello, quest’ultimo costretto anche lui al viaggio dalla stazione di Porta Nuova all’internamento.
Di dramma in dramma.
Tra le sepolture a terra, sempre a sinistra dall’apertura principale, sorride ammiccante, quasi sorniona, nella foto sulla croce della sua tomba, la giovane Valeria Bodnar, romena di nemmeno 25 anni, uccisa il 28 maggio 2004 con varie coltellate dal suo convivente veronese di 64 anni (all’epoca del tragico fatto) con cui aveva un figlio. Pare che lei volesse troncare la relazione ed andarsene portandosi dietro il bambino…



N. B. – Conservo un lontano ricordo personale del maestro Rosolino Borella. Un episodio risalente addirittura alle elementari frequentate presso la scuola “Bartolomeo Giuliari”. La mia maestra, Zeffirina Giraldi, severa e d’altri tempi, maniaca della scrittura per noi scolari con cannuccia, pennino e calamaio (unici all’obbligo fino alla classe quinta), mi sorprese mentre scherzavo puntando la penna in faccia al mio compagno di banco.
Per carità, ammetto che fosse un atto più discolo che goliardico, ma senza intenzionalità offensiva (ci mancherebbe altro, allora, timido e rispettoso di tutto e tutti com’ero descritto!). Ma per lei, maestra Giraldi, costituì un grave atto, meritevole di biasimo pubblico, non solo nella mia aula.
M’accompagnò nella classe accanto, dove appunto stava insegnando il maestro Borella al quale spiegò il mio misfatto e l’impellente bisogno di rimprovero (oggi si direbbe sputtanata) davanti alla scolaresca perché il “crimine” non si ripetesse.
Borella non si fece pregare, non obiettò alcunché, non si pose scrupoli e m’additò, io in piedi davanti a tutti, al pubblico ludibrio. Rammento lui che enfatizzava il mio atto negativo rivolgendosi un po’ agli alunni ed un po’ a me, allibito e silenzioso davanti a tanta animosità diseducativa.
I bambini presenti non commentarono alcunché, ascoltarono e basta. Certo la pressione impositiva aveva fatto breccia anche in loro.
Nessuno degli “illuminati” (Giraldi e Borella) venne turbato dal minimo dubbio sugli effetti psicologici che la sceneggiata avrebbe potuto crearmi a breve o medio o lungo termine. Infatti, a tanti anni di distanza, serbo ancora netta memoria di quei momenti dritto, di fronte agli alunni, con il maestro Borella, in giacca e cravatta, piccolo di statura e con gli occhiali, che “declamava”, esagerando, la mia colpa. Ma non avvertii vergogna o quant’altro: semmai, un grande senso d’ingiustizia.
Nell’attualità, un fatto punitivo del genere non sarebbe passato come acqua fresca, anzi…
Servizio e foto di Claudio Beccalossi

