23 giorni dopo la più dura e cruenta incursione aerea alleata su Verona (quella del 4 gennaio 1945, quadrimotori e bimotori dell’USAAF, United States Army Air Force, che avevano bombardato la città in quattro ondate, con la voce popolare che parlava di 500/600 morti e 1.500 feriti), il 27 gennaio si spegneva in ospedale il grande poeta dialettale Berto Barbarani (cioè Umberto – alcune biografie citano il nome Roberto – Tiberio Barbarani, Verona, 3 dicembre 1872).
Sfiancato non solo dalla malattia ma pure dal dolore per la morte della moglie Anita (Anna), avvenuta il 1° ottobre 1944, conosciuta a Cremona, sposata nel 1927 e sepolta nel cimitero di Soave, paese dove la coppia era sfollata dall’abitazione in via Pigna in cerca di scampo dai bombardamenti.
Dopo essere tornato nella sua casa veronese, con tanta malinconia nel cuore, Berto s’era ammalato e sottoposto a cure ospedaliere, assistito fino all’ultimo dalla nipote Elda, figlia del fratello Vittorio Natale (l’altro nipote Bertino, figlio sempre del fratello, aveva perso la vita sul fronte russo).
Il cantore della veronesità era nato in via Ponte Nuovo 5, oggi 10, da papà Bortolo e mamma Adelaide Poggiani che gestivano un negozio di ferramenta. Oltre al fratello Vittorio, Berto aveva una sorella, Marianna Caterina, che era stata ricoverata per problemi d’esaurimento nervoso.
Dopo aver interrotto gli studi alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Padova (proseguendo, però, a pubblicare le sue prime poesie nel giornale studentesco raccolte poi nella sua raccolta d’esordio del 1895, “El rosario del cor”), iniziava l’attività giornalistica presso i quotidiani “L’Adige”, dapprima e “Il Gazzettino”, in seguito. Nel 1892, a vent’anni, aveva scritto “Lètara a Nina”, apparsa nel settimanale umoristico “El Can de la Scala” con la firma Barbi-cane.
Faceva amicizia e comunella letteraria con altri due poeti dialettali emergenti, Alfredo Testoni (Bologna, 11 ottobre 1856 – Bologna, 17 dicembre 1931) e Trilussa (pseudonimo anagrammatico di Carlo Alberto Camillo Salustri, Roma, 26 ottobre 1871 – Roma, 21 dicembre 1950), con i quali aveva partecipato, nel 1901, a declamazioni di beneficenza al Teatro “Duse” di Bologna organizzate dalla Società “Dante Alighieri”. Il noto illustratore e pittore Augusto Majani, detto Nasìca (Budrio, Bologna, 30 gennaio 1867 – Buttrio, Udine, 8 gennaio 1959) ritraeva i tre in una gustosa caricatura diventata cult all’epoca.
Particolarmente spumeggiante era il sodalizio artistico-goliardico d’amicizia e stima di Berto con Renato Simoni (celebre anche con gli pseudonimi Turno e Nobiluomo Vidal, Verona, 5 settembre 1875 – Milano, 5 luglio 1952, giornalista, critico teatrale, commediografo, poeta, regista, sceneggiatore e librettista, autore, con Giuseppe Adami, del libretto di “Turandot”) ed Angelo Dall’Oca Bianca (Verona, 31 marzo 1858 – Verona, 18 maggio 1942, celebrato pittore).
La sua bibliografia, votata ad un vero e proprio culto dell’anima scaligera storica e popolare, include “I pitochi” (1897), “Canzoniere veronese” (1900), i poemetti “El campanar de Avesa” (1900) e “Giulieta e Romeo” (1905), “Nuovo canzoniere veronese” (1911), “I sogni”, terzo canzoniere veronese (1922), “L’autuno del Poeta”, quarto canzoniere veronese (1936), “Bozzetti e fantasie – Natale e la neve”, prose (1942). Un’antologia delle poesie di Barbarani è stata inserita nella collana “Classici contemporanei italiani” (Milano, Mondadori, 1953).
Verona capoluogo ha reso omaggio e gratitudine al poeta con l’intitolazione d’una via, d’una scuola materna in via Re Pipino, d’una primaria in via Del Carroccio e d’una RSA (Residenza Sanitaria Assistenziale) in piazzale Ludovico Antonio Scuro. E con un busto bronzeo realizzato da Carlo Sirolla e collocato in piazza Pozza, nei pressi dell’ATER (Azienda Territoriale per l’Edilizia Residenziale della Provincia di Verona). E, ancora, con la visibilissima e suggestiva statua in bronzo (con l’iscrizione frontale “Vorìa cantar Verona”, titolo d’una sua poesia-simbolo) posta all’incrocio tra le vie Mazzini e Cappello, a margine di piazza Erbe, opera di Novello Finotti. L’ultima tappa del “circuito della memoria” riguardante Berto Barbarani è la sua tomba, nel Pantheon Ingenio Claris del Cimitero monumentale, dove un busto dello scultore Francesco Modena lo raffigura maturo e severamente pensoso.


Servizio e foto di
Claudio Beccalossi
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